giovedì 14 febbraio 2019

Il freddo



Il colore del freddo è il grigio. Qui, chiuso nella stanza,  sento scorrere sulla pelle tutte le gradazioni dell’aria immobile. Il freddo che percepiamo in un luogo aperto , è dinamico e come tale assume anche dei connotati piacevoli perché ci costringe a reazioni per contrastarlo. Il nostro corpo si riscalda con il movimento  e siamo consapevoli  della nostra vitalità proprio perché l’aria punge il nostro viso, stringe le nostre mani e rende doloranti i nostri piedi. Al chiuso no. Il freddo vince. Non riusciamo a tenergli testa. Quasi fosse l’occhio di un fotografo, il freddo rende nitidi tutti i particolari dell’ambiente nel quale siamo immersi. Ogni oggetto assume una sua importanza definitiva,  alla quale non avevamo mai dato attenzione. L’assoluta staticità delle piccole nature morte che ci circondano, rendono  vano ogni nostro atto per contrastare lo stato nel quale versiamo, tremanti, intorpiditi. E’ qui che il grigio del freddo concentra tutte le sue energie. Se rimaniamo fermi, sprofondiamo in una sorta di apatia nella quale veniamo sommersi dall'odore penetrante dell’ambiente. Anche il profumo assume un connotato di oscenità, quasi che tutto ciò di nascosto sotto di esso, volesse riemergere a sancire l’inutilità delle pratiche igieniche. Convivo con il freddo, lo amo quando lo devo combattere, lo subisco come un tiranno quando non posso fare nulla per fermarlo.
La prima immagine che ricordo è quella di una casa nuova, dove l’impianto di riscaldamento si ruppe sin da subito. Si riusciva ad avere il gas solo per cucinare e l’igiene personale veniva curata tramite bagni settimanali, effettuati scaldando enormi pentoloni di acqua sul fornello della cucina. A quei tempi ero figlio unico ed avevo la fortuna di avere il muro della mia camera, dove poggiava il letto, in corrispondenza del camino della sala. Mia madre ha sempre avuto cura di quel camino, nonostante molti condomini, considerando il focolare come elemento che facesse trasparire un’origine contadina della quale vergognarsi, avessero già utilizzato i loro camini come contenitori di addobbi floreali o portaoggetti. Mamma mi mandava dal carbonaio, dietro Piazza San Francesco, a comprare la sansa. Andavo con il carrellino della spesa e trovavo quest’uomo in questa vecchia rimessa, un tempo stalla e fondaco, con le mani in tasca, davanti ad un mucchio enorme di carbone ed alcuni bancali carichi di pacchi di sansa, avvolti in carta marrone. Non si muoveva. MI guardava svogliatamente e faceva compiere tutte le operazioni di carico della merce a me, nonostante fossi un ragazzino, tenendo sempre le mani in tasca. L’unica cosa che si sforzava di fare era quella di pesare quanto avevo caricato e dirmi l’importo. Presi i soldi, non salutava e si rimetteva con le mani in tasca, davanti a questo mucchio di carbone, illuminato. dalla fioca luce di una lampadina. Mi chiedevo spesso cosa potesse fare, aspettando la sua clientela. Non c’erano televisori, radio o libri, in quell’ampio fondaco. Non potevo concepire come riuscisse a rimanere immobile, per ore, a fissare quel mucchio di carbone che assorbiva tutta la poca luce di quel fondaco tetro. Lo capii qualche tempo dopo, ripensandoci. Era il freddo. Nonostante avesse a disposizione materiale combustibile, quell’uomo rimaneva lì, al freddo ed il freddo aveva vinto. Dapprima gli aveva spento la forza nelle braccia, poi aveva spento il suo sguardo. Quell’uomo subiva il freddo . Non lo uccideva ma lo teneva prigioniero, per sempre. A nulla sarebbero servite estati calde per rimanere come una lucertola al sole, primavere gentili ad aprire profumi dal vicolo. Il freddo lo avrebbe accompagnato fino alla tomba. Tuttavia il camino che scaldava la mia stanza attraverso il muro , non riusciva a farlo in modo sufficiente da permettermi di studiare con serenità. Rimanendo seduto con i libri in mano, le membra si addormentavano e dovevo interrompere le letture dei libri di testo. Trovai una soluzione appoggiando un vecchio phon per terra, direzionato verso l’alto. Con il passare degli anni le cose migliorarono e la venuta dei nuovi vicini contribuì ad alzare la temperatura media degli appartamenti confinanti. Acquistammo una nuova caldaia e interrompemmo la pratica dei pentoloni. Tuttavia, quando sei abituato al freddo, il grigio rimane dentro quasi un pezzo di ghiaccio si nascondesse nel tuo animo, per riuscire a congelarti, al momento opportuno. Il secondo viaggio al centro del freddo lo feci a L’Aquila. Dentro la stanzetta del palazzo ottocentesco in via XX Settembre, non c’erano termosifoni. Potevo vedere il vapore del mio alito mentre tentavo di stare chino sul tavolo da disegno, fino a notte inoltrata. Non c’erano rimedi. Il freddo a L’Aquila non mente. Te lo ritrovi addosso, come una crosta e più giù in profondità dove è difficile scovarlo. Provi di tutto ma se stai al chiuso, il freddo sarà il tuo compagno, nonostante un sole nitido e arancione ti sbatta contro i vetri delle vecchie finestre di legno.  Hai un solo mezzo: comprare del pessimo vino per stordirti. Ma il freddo rimane. Sei tu ad ingannare te stesso. Provi ad uscire perché solo così puoi affrontare il nemico faccia a faccia. Ti rifugi in una fritteria dove continui a bere ed i tuoi abiti si impregnano di olio e strutto tanto che li devi lasciare fuori un’intera notte per avere un aspetto decente la mattina dopo. Il freddo ti aspetta, a casa, da solo, davanti ad un esame che non potrai sostenere, davanti allo specchio dove osservi un ragazzo, che non dovrebbe stare in quel posto, perché il suo posto è altrove. Il freddo nelle stanze vecchie, è ambiguo, odioso, volgare. Ogni oggetto che tocchi scotta perché la tua mano è dolorante, insensibile, senza grazia. La tua mano si ingiallisce perché il sangue si rifiuta di uscire allo scoperto ed i nervi rimangono lì a gridare tutta la loro rabbia. Provi a mettere due paia di calze ma la linea del cuore si interrompe alle caviglie e le scarpe diventano un sarcofago. Amo gli scrittori russi con il freddo. Sarà una questione di empatia ma riesco a comprendere in quali condizioni possano aver scritto i loro romanzi. Immagino Salamov, solo in una stanza misera, abbandonato da tutti, odiato dallo Stato, scrivere il suo capolavoro del freddo, battendo sulla macchina da scrivere, con uno sciarpone intorno al collo, i guanti con le dita tagliate ed un capotto liso. Immagino Turgenev con un braciere che riscalda la stanza ed una tazza di tè sulla scrivania. Immagino Bulgakov. Ho letto di Eduard Limonov ultimamente. La sua biografia è stata scritta da un francese ed infatti si nota la totale assenza del freddo. Ma il freddo è necessario perché porta allo scoperto quello che abbiamo nascosto dentro di noi. L’altra sera penso di essermi scoperto. Per uno come me, abituato ormai a dormire con il berretto in testa e la borsa dell’acqua calda, in una stanza che non ha eccessiva escursione termica rispetto all’aperto, è stata una esperienza dura. Mi ero reso di conto di non essere più sotto le lenzuola ma avevo fermato la mia voglia di agire nel sogno che stavo facendo. Le spalle erano inchiodate nel mio cuscino ormai vecchio e schiacciato. Sapevo di poter fare qualcosa per coprirmi di nuovo ma la visione mi chiamava ad altro. Nel sogno, mi trovavo di nuovo a cavallo della mia vecchia moto che avevo restaurato e viaggiavo lungo la costa. Ad un certo punto, qualcuno mi ha dato appuntamento presso l’edificio presso il faro della mia città. In questa stanza enorme, vi era una finestra che si affacciava sulla spiaggia di ghiaia e scogli dove, anticamente era situato il porto. Il tizio che mi aveva dato appuntamento era seduto dietro una scrivania a fianco della finestra, doveva essere un personaggio famoso ma ho dimenticato il suo volto poco dopo essermi svegliato, nonostante mi fossi ripromesso di prendere appunti subito. Alla mia destra una libreria fornita, dalla quale ho tratto un libro il cui autore era lo stesso ospite. Neanche di questo ricordo il titolo. Una volta uscito da questa stanza, ho notato che qualcuno mi aveva sottratto la ruota anteriore della moto, sostituendola con quella di una carriola. Sono stato costretto a tornare a casa in quelle condizioni. Mi sono svegliato nella stanza ghiacciata. La testa indolenzita dall’aria gelida. Era stato il freddo a produrre lo strano sogno, in una sorta di limbo nel quale si riesca a scegliere i pezzi di una storia fantastica da assemblare, la quale si dissolverà, la mattina dopo, con il vapore di una doccia bollente, sotto la quale tornare a vivere.

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