venerdì 3 febbraio 2017

Mastro Achille



Oggi volevo comprare un paio di scarpe. Le mie hanno iniziato a sfaldarsi. La pelle della tomaia, in corrispondenza del mignolo si è aperta, lasciando intravvedere la calza di lana rossa. Se cammini, il buco si nota poco, ma non puoi fare finta di niente. Quel punto rosso sulla scarpa attirerà l’attenzione , prima o poi. La gente ricca la riconosci da cosa porta ai piedi. Ho sempre avuto una fissa per le scarpe. Mi fermo a lungo, davanti alle vetrine, dove i manichini, dagli abiti più o meno eleganti, sono completati da un paio di calzature coordinate, poste ordinatamente, bel lucidate. Talvolta può trovare il prezzo a fianco e renderti conto se quella scarpa possa rappresentare un valore abbastanza adeguato da poter entrare nella tua lista dei desideri. Altre volte, per decenza, non c’è il prezzo. Allora ti chiedi quanto possa effettivamente valere quell’oggetto il quale, facilmente, esula dalle tue possibilità. Mio padre aveva il piede cavo. Non riusciva a portare i mocassini. Doveva, per forza, indossare calzature con i lacci. Aveva amicizia con il calzolaio del paese, il quale portava stranamente il suo stesso cognome. Il calzolaio lavorava, in una piccola bottega del centro storico. Seduto per ore dietro al banco, affogato in quell’odore penetrante di cuoio vecchio, scarpe usate e colla al solvente. Parlava tutto il giorno con il suo cane, un meticcio che riposava sotto la vecchia macchina da cucire, che lo guardava con occhi umidi e languidi, ogni volta che Mastro Achille, questo il suo nome, gli rivolgeva la parola. Papà inizio a farsi confezionare delle scarpe su misura. La sera trovai un paio di stivaletti di pelle di capretto, con la chiusura lampo, posati nel bagnetto di casa. Mastro Achille era un vecchio calzolaio e la foggia di quegli stivaletti risultò essere alquanto datata. Nonostante tutto, mi meravigliavo di come mio padre avesse cambiato umore, da quando aveva quelle scarpe. Mi diceva di non aver mai camminato tanto comodamente da quando aveva iniziato ad indossare quelle scarpe. Con regolarità, mio padre si faceva confezionare un apio di scarpe. A seconda delle stagioni e usava quelle piccole opere d’arte minore, fino a quando si riducevano a delle ciocie consunte ed inguardabili. Un giorno mi portò da Mastro Achille e volle regalarmi un paio di scarpe su misura. Era la prima volta che qualcuno si interessava ai miei piedi ed io mi prestai con curiosità ed imbarazzo, a farmi misurare da quell’uomo dalla punta dell’alluce fino alla caviglia. Le scarpe che mi fece, erano brutte ma, dopo mezz’ora dall’averle indossate, riuscì a comprendere la differenza tra una scarpa acquistata ed una scarpa su misura. Mio padre stava male, non aveva soldi, iniziò a non farsi fare le scarpe da Mastro Achille ma si ostinò ad indossare l’ultimo paio di stivaletti che il calzolaio aveva fatto per lui, fino al giorno della sua morte. Nella bara portava le sue vecchie scarpe. In seguito, barattai la tinteggiatura della bottega di Mastro Achille, con un paio di scarpini bianchi e neri, da musicista jazz. Portai un vecchio libro fotografico nel quale, durante un minstrel show, un vecchio cantante, con la faccia dipinta con il carbone, recitava la parte di un negro sempliciotto. Aveva ai piedi delle scarpe, con i lacci, lucide, stupende. Mastro Achille osservò quella foto con l’aria di chi trovi improbabile imbarcarsi in un’opera più difficile del previsto. Dopo un mese ebbi le mie scarpe. Le possiedo ancora oggi, chiuse nella scatole, riempiti di carta morbida, per conservare la forma. Le uso qualche volta, quando vado a suonare. Se potessi, le indosserei ogni giorno ma non potrei permettermene un altro paio, se dovessi rovinarle. Le scarpe misurano il grado della tua felicità. Nei grandi negozi dei centri commerciali, riesco a passare delle ore alla ricerca della scarpa ideale. Amo esaminare le cuciture, le sfumature del colore, il luogo di produzione della scarpa, se ci sono sbavature di colla, se hanno la punta troppo rotonda, troppo panciuta, se la punta è troppo accentuata, se ha una forma ”stupida”. Detesto le fibbie, le perline, i lacci dai percorsi complicati, odio le scarpe con lo strappo, quelle che hanno la pelle con parti di diverso colore. Mi piacciono le scarpe blu, quelle rosso scuro, amo il marrone, odoro la pelle, esamino la larghezza del tacco. Rimetto la scarpa sull’espositore, sperando di tornare presto per poterne concretizzare l’acquisto. Stasera continuo a guardare il buco sulla mia scarpa, di tomaia scamosciata, comprata l’anno scorso ai saldi e penso a come le cose possano cambiare in poco tempo. Un buco non avrei potuto tollerarlo, tempo fa. Sarei andato da mio padre ed avremmo provveduto ad andare in un negozio a comprare le scarpe adatte alla stagione in arrivo. Il buco appare meno visibile quando ti rendi conto che quel buco te lo devi tenere e lo devi chiudere nel miglior modo possibile. La mia scarpa azzurra da jogging, anni fa, fu sottoposta ad un lavoro di patchwork estremo, quando mi resi conto che la stoffa del dorso si stava riempiendo di buchi. Iniziai una ricerca di pezzi di stoffa delle  stesso colore. Fatti alcuni piccoli ritagli, iniziai a tempestare la superficie della scarpa con questi brani di pezza, cuciti in modo dozzinale. Doveva piacermi quella scarpa, non avevo altra scelta. Ho capito allora, come ci si possa adattare ad una nuova situazione e come i gradini di una scala, visti con orrore dall’alto, qualche attimo prima, una volta scesi, non sembrano così ripidi. I giorni del calzolaio sembrano persi nel buco della memoria, nonostante Mastro Achille sia ancora vivo e continui a lavorare nella sua piccola bottega. Il suo cane è morto da anni, mio padre è morto da anni. Ogni tanto mi fermo a salutarlo, lui rimane dietro il suo banchetto, sempre più curvo, rivolgendo distrattamente lo sguardo sotto quella vecchia macchina da cucire, quasi vedesse ancora il suo cane lo guarda con gli stessi occhi lucidi d’amore. Anch’io guardo nella sua bottega, come a voler scorgere un paio di stivaletti in fase di ultimazione, nell’llusione che, mio padre fosse passato ancora una volta a volerne ancora perché, nonostante tutto, dobbiamo continuare a camminare.

lunedì 11 luglio 2016

Verrà il diluvio





In un angolo dell’ampio salone, aperta sopra un alto leggio di noce scuro, illuminata dalla polverosa luce che filtrava dalle tende, stava l’enorme Bibbia illustrata di nonno Giona. La conosceva a memoria. Ogni giorno della sua vita, da quando era bambino, ne leggeva un passo, mandando a memoria ogni singolo verso. Era la stesso libro, che conservava da anni e che adesso stava lì, ingiallito, su quel piedistallo ingombrante. Da fanciullo rimaneva ore ad osservare quelle illustrazioni a china, in bianco e nero, che esaltavano gli episodi salienti, dalla Genesi a Mosè che separava le acque del Mar Rosso. Un' illustrazione, più di tutte, aveva colpito l’immaginazione di quel bambino e lo ossessionava ancora adesso che era anziano a malandato: l’Arca di Noè. Da ragazzo, era piuttosto timido, nonostante fosse un giovane bello e aitante. Le ragazze facevano a gara per avvicinarlo ma lui era schivo e introverso. Solo una aveva scelto tra mille: l’ossuta bambina che aveva difeso, da piccola, dalle grinfie di alcuni bambini in vena di fare i bulletti. Si erano incontrati di nuovo a scuola e dopo al liceo. Prima di partire soldato le chiese di sposarlo e li accettò quasi fosse la conseguenza più naturale di tutti quegli anni passati a dirsi poche parole.
Avevano avuto tre figli e tanti nipoti. Ora che lei era morta, le ossessioni di quelle figure stampate nel libro avevano trasformato la sua timidezza in misantropia. Nel capanno in cui si rinchiudeva per ore, a creare opere di complicata inutilità, non lasciava entrare nessuno tranne il suo cane, un vecchio spinone di nome Peppe e l’unico nipotino che provasse un briciolo di affetto per lui: Domenico. Somigliava terribilmente alla nonna e il ragazzino era il solo ad amare quell’ampio baraccone di legno e lamiera nel quale il nonno Giona illustrava i suoi progetti quasi fosse un genio incompreso. Il bambino ascoltava i sermoni del vecchio che assomigliavano più alle prediche di un parroco di campagna. Aveva iniziato a parlare delle grandi storie contenuto nell’unico libro che avesse mai letto e che ora giaceva nel salotto di casa sua. Domenico si era appassionato soprattutto alla storia di Noè e dell’Arca. -Un giorno verrà un nuovo diluvio universale e i giusti dovranno costruire imbarcazioni per potersi salvare dalla furia delle acque-. -Nonno ma come faceva Noè a sapere che quella fosse la voce di Dio? - Chiedeva il nipotino. Rispondeva secco, Giona: -Lo sapeva e basta. Noè ha creduto. Non si può dubitare di Dio-. Il nipote rimaneva pensieroso – Nonno,  questo libro lo hanno scritto gli uomini o Dio-? Giona declamava gravemente: - Gli uomini che hanno ascoltato la voce di Dio – Nonno, io conosco tanti uomini che raccontano bugie-. Domenico attendeva una risposta ma Il nonno non sapeva cosa controbattere e si nascondeva dietro una smorfia silenziosa.  Il cane, seduto elegantemente osservava le lunghe conversazioni tra nonno e nipote girando la testa a ogni suono della voce. Una mattina d’estate il nonno arrivò più cupo del solito, non aveva dormito. Non appena il nipote fu entrato nella baracca, il nonno lo prese e lo fece sedere su di un tronco di legno. Nipote – stanotte Dio è venuto nei miei sogni e mi ha parlato- mi ha detto di costruire una barca perché noi possiamo salvarci dal diluvio che sta per mandare.  – Il nipotino lo guardò stupito, incredulo. Nonostante l’idea fosse bizzarra, il suo spirito di bambino ebbe il sopravvento. Sorrise a Giona per fargli capire quanto l’idea lo allettasse. Iniziarono così, da quel giorno, la costruzione di una piccola imbarcazione, un sandolino di legno, traendo spunto da alcuni disegni che il nonno aveva avuto in dono da un vecchio pescatore di Maiori. Il piccolo Domenico si divertiva a vedere quanto il nonno, sudasse  mentre piallava, inchiodava le ordinate , i fasciami, quanto amore mettesse nel modellare la prua. Spesso il bimbo era messo al barattolo della colla sotto la guida attenta del nonno. Entrambi a studiare quelle vecchie pergamene spiegazzate. I genitori di Domenico si chiedevano cosa ci fosse di tanto attraente in un vecchio che a loro sembrava astioso e burbero. In quel gioco tra nonno e nipotino, febbrile, quanto magico, l’anziano recuperava quella serenità perduta e il bimbo scopriva la ricchezza di chi aveva esperienza. Passarono tutta l’estate nella costruzione della barca. A settembre, con l’inizio dell’anno scolastico, il sandolino era terminato. Venne la stagione delle mareggiate. Il nonno ed il nipote erano impazienti di trovare una domenica di bonaccia per poter effettuare il varo. “Dobbiamo provare la barca- diceva il vecchio- quando verrà il diluvio dobbiamo essere sicuri che tutto sia a posto".- Il piccolo Domenico, non si faceva capace di quella profezia. Il nonno, dopo i mesi di tregua, impegnato nella costruzione, aveva trascurato il motivo di quell’opera. Ora il nipote rivedeva negli occhi del nonno, ardere il fuoco della sua fissazione. Fu proprio quella notte. Il vento si era alzato all’improvviso, mentre il bimbo era nel suo letto intento a sfogliare un grosso volume ricco d'illustrazioni raffiguranti mostri marini. Il padre entrò trafelato: - il nonno è scomparso!-.  Il piccolo Domenico fu vestito di fretta dalla madre e venne sommerso dalle più disparate domande, dato che era stato lui il più assiduo frequentatore del vecchio negli ultimi mesi. La pioggia scrosciava incessante. Domenico raccontò ai familiari riuniti della fissazione del vecchio per il diluvio universale ed il perché di tanta alacre operosità nel costruire la barca. Non si poteva perdere tempo: Vigili del fuoco, Carabinieri, Protezione civile, tutti si misero sulle tracce del vecchio. Albeggiava ormai, le nubi si erano diradate dopo l’acquazzone notturno ma il vento era freddo e teso.  Domenico, i suoi genitori e alcuni amici erano sulla spiaggia ancora increduli: della barca sulla spiaggia non c’era traccia, solo una linea disegnata dalla chiglia. Nessuno capì come aveva fatto quel vecchio a trascinare il natante fino in acqua. Tanti erano rimasti sulla battigia a scrutare i marosi all’orizzonte. Il nipotino piangeva tenendo stretta la mano della madre. Rimasero vicino al mare ancora un po’. Il nonno era scomparso insieme al cane. Arrivarono i Carabinieri che avevano effettuato una perquisizione nella casa del vecchio, avevano delle scartoffie in mano: il nonno aveva lasciato sul tavolo di casa le sue cartelle cliniche. Sapeva di avere un tumore. Non lo aveva detto a nessuno. Il bimbo si girò ancora verso il mare. Niente all’orizzonte, oltre la linea sconnessa dalle onde di tempesta. Lo sguardo si abbassò sulla riva sabbiosa, dove ancora si notava il lungo solco lasciato dal sandolino tirato in acqua. Tutti volsero la testa verso monte sulla strada di casa. Solo il nipote cercò ancora ansioso un segno che lo rincuorasse Gli occhi umidi si fermarono sulla scia  lentamente  vanificata dalla bufera. Lungo la sabbia  decine di impronte. Non tracce di uomini ma zoccoli, zampe unghiate, palmi di uccelli. Su tutte, la profonda orma della zampa di un elefante.

sabato 15 agosto 2015

Avrei scritto un libro

Non ci ho creduto, fino a quando non ho avuto il volume, tra le mie mani. E' strano. Ero abituato a vedere, nel mio scaffale, i libri degli altri. Da una vita. Ho preso l'abitudine di scrivere da quasi trent'anni. All'inizio, mi sono dedicato alle fanzine, ciclostilate, da distribuire nei negozi. Avevo diciotto anni e la convinzione che, quello che stavo facendo, fosse solo un gioco. Non pensavo avrebbe potuto essere un lavoro. Nonostante quel giornale clandestino fosse molto apprezzato in Italia ed all'estero, ho lasciato cadere la cosa, da stupido, come solo un adolescente può essere. Ho continuato, qualche anno dopo, con i racconti delle mie avventure in montagna, da escursionista e scalatore, nella raccolta "Valeria e le altre". In questi brani, tutto il fervore romantico, intriso di retorica, ha potuto trovare il suo epilogo, liberandomi dal peso dei "grandi gesti sulla roccia". Passata la fase da lord inglese nel Grand Tour, ho iniziato con un foglio di satira poltica, "Il Peloso", di grande diffusione e poco impegno economico.
Ho calcolato che, utilizzando il sistema delle fotocopie a cascata, mi bastava stampare dieci copie del foglio, per vederle moltiplicate fino a duemila circa, in qualche settimana. Qualcuno mi citò in una tesi ed ebbi momentanea fama e tanti nemici. In effetti, esagerai, nel formulare alcuni giudizi, ma ciò mi bastò per capire come, in politica, gli amici di ieri, possono diventare gli antagonisti di oggi. Nonostante questa fervida attività editoriale, non vi era nulla di ufficiale; la stampa veniva effettuata, nello studio di mio padre, con una vecchia fotocopiatrice Olivetti. Questo mi è bastato per compiangere l'ingegno del signor Adriano. In seguito ho iniziato a raccogliere i testi che fanno parte, oggi, del mio libro, quello vero, di carta, con la copertina, la casa editrice ed il mio nome. Molti di questi racconti sono stati pubblicati sul giornale locale nell'arco di quindici anni, altri sono finiti nei blog che gestisco. Non ho pagato, per stampare le copie della mia opera. Prenderò, al contrario, una piccola percentuale su ogni copia venduta, avrò una distribuzione in molti paesi del mondo ed il mio libro potrà essere acquistato su Amazon in tre lingue: italiano, spagnolo ed inglese. Per il momento, assaporo il piacere di vedere, nel mio scaffale, il mio nome. Ogni tanto sposto il volume, inserendolo ora fra Turgenev ed Arbasino, ora tra Mann e Brancati. E' un'operazione poco degna, lo so, ma la faccio a casa mia, non mi vede nessuno. Siate comprensivi.

sabato 13 dicembre 2014

Il mare nella buca



"Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum ?".

Non riesco. Su questa spiaggia che percorro da oltre quarant’anni, ho visto i giorni nascere e morire, sempre cercando, oltre l’orizzonte, l’arrivo dell’estate e le prime foschie d’autunno. Ogni mattina, adesso, al sorgere del sole, mi trovo ad imprimere nella memoria, albe uguali e tuttavia diverse. Immaginavo, un tempo, che avrei potuto incontrare, le anime dei mie defunti, al limite della battigia, dove l’onda si ferma e subito si ritira. Lì immaginavo l’ombra di mio padre, dei mie nonni, degli amici che ho perso. Non c’è nulla, solo sabbia ed acqua. Molti si affannano alla ricerca di una ragione, di una regola, di una reazione chimica, per spiegare il colore del sole tra le nubi, quando le prime luci tagliano orizzontali l’acqua del mare. Qualcuno ha studiato il volo dei gabbiani, in gruppo sulle curve lievi della bonaccia. I gabbiani sembrano ascoltare in silenzio il nuovo giorno. Gli scienziati hanno già misurato questo vento freddo ed umido, che arriva dal fosso, frenato dal caldo delle acque marine, sbattendo contro la mia nuca a svegliarmi.
Tutti hanno il metro per ridurre, ciò che vedo e quello che non riesco a vedere, in una tabella di numeri e formule, quasi fosse un piacere malvagio, smontare la meraviglia del mattino ai miei occhi. A volte mi chiedo se un Dio beffardo non si stia prendendo gioco di noi, appannandoci la mente, col manto della scienza, della ragione, al fine di impedire la vista del suo volto ai mortali. Qualcuno ha trovato il suo Dio e lo ha ridotto a sua immagine, perché immaginare un Dio senza immagine, non è semplice. Un Dio tascabile, da usare come l’aspirina. Io ho visto Dio. L’ho visto dentro gli occhi del mio cane. Lo vedo nella sua anima sofferente, quasi fosse un custode di segreti al quale avessero tagliato la lingua. Lo vedo quando fissa, insieme a me, la prima luce del sole, che arrossa le acque del mare. Vedo Dio, quando cerca il mio sguardo, perché lui vuole parlarmi di sé e tuttavia non potrà mai farlo. Vado, domani mi aspetta una nuova alba

venerdì 15 agosto 2014

Southern Death Ride



Volevo solo comprarmi quella moto”. 
La sottile linea di fumo che correva ondulata fino al lampadario ingiallito, nascondeva a tratti il volto di Nicolas. Una scorza di rughe si attaccavano ai lati degli occhi, due punti azzurri, offuscati leggermente da un velo, il quale tuttavia, lasciava intatta un’espressione vivida, da contadino strafottente. Avrebbe potuto avere ottant’anni e zoppicava palesemente tanto da appoggiarsi, anche quando era seduto ad un bastone di legno intagliato. Lo avevo notato, sere prima, di ritorno da uno dei miei tour nel Cilento, a scarrozzare ciclisti stranieri. Ero rimasto colpito quella vecchia moto monocilindrica, tenuta in piedi da un restauro, parcheggiata davanti al locale. Avevo dedotto che Nicolas, fosse un motociclista poiché portava  costantemente addosso un giubbotto di pelle, liso e rattoppato. Puntò subito i miei tatuaggi sbiaditi, quasi fossero un segno distintivo tra vecchi biker. Ero io a non essere più un centauro, la mia vecchia Guzzi languiva, ormai danni, impolverata nel garage, ma questo sembrava non interessargli più di tanto.  Mi prese in simpatia. Così la sera, dietro un bicchiere di vino, mi trovai ad ascoltare la sua vita o quella parte che Nicolas voleva raccontarmi. Scoprì che era belga e che aveva deciso di fissare la sua dimora estiva lì, a Capaccio, presso l’agriturismo della Baronessa Bellelli. In inverno si trasferiva a Bangkok, dove viveva grazie all’aiuto di alcuni amici per i quali sbrigava quelli che lui definiva "affari". 
 Era uscito dalla guerra ancora ragazzo, con la voglia di scappare dalla miseria e dalle macerie. In Italia tutto era da ricostruire, ma lui non aveva voluto rimanere ed era partito per l’America. Portò con sè una valigia malconcia ed una ragazzina altrettanto malandata, frutto di un amore disperato e contrastato. Arrivarono a New York e furono subito messi in fila per la quarantena ad Ellis Island. Lì incontrarono Vito, un giovane siciliano che era partito in cerca di fortuna e voleva entrare a lavorare presso il ristorante dello zio a Little Italy. Non fu difficile per loro riuscire a strappare la promessa di un lavoro. Iniziarono a prestare servizio, lui come aiuto cuoco e lei come cameriera. La clientela del locale era costituita, per la maggior parte, da italiani che avevano già fatto fortuna negli States.  -Un giorno – mi disse Nicolas- il padrone ordina a mia moglie di preparare un tavolo appartato, dietro un separè, perchè dovevano arrivare ospiti importanti. Si presentano una decina di persone e tra di loro riesco a scorgere, sbirciando dalla porta della cucina, Frank Sinatra. Siede vicino ad un altro tizio e lo chiama Jimmy. Scopro poi che si chiama Jimmy Hoffa ed è un pezzo grosso del sindacato. Cinque minuti dopo la loro uscita, il locale salta in aria. Qualcuno ha piazzato una bomba per far la pelle ad Hoffa. Noi ci salviamo per un pelo ma io rimango ferito ad una gamba. Dissero poi, che quella bomba ce l'avevano messa gli scagnozzi dei Kennedy. Qualche giorno dopo, il gestore mi chiama e mi offre un altro lavoro in cambio del mio silenzio sulla faccenda, lasciandomi intendere che un rifiuto non sarebbe stato “gradito” dagli “quelli” Si trattava di un posto come autista di tir presso una squadra corse, diretta da un miliardario eccentrico: il compito era trascinare da est ad ovest un vecchio truck, carico di automobili, da far correre sui circuiti privati, per la gioia di anelluti benestanti dalla Florida al Texas. Dormivo quando potevo, mi fermavo in quelle vecchie stazioni lungo le route infinite verso il west. Imparai a distinguere ogni singolo cactus che costellasse i tramonti del Colorado-. Nicolas aveva uno strano bagliore negli occhi , quando parlava di quei paesaggi lungo i quali aveva trascorso giorni e notti alla guida. Avrebbero potuto essere bugie. Non mi importava che lo fossero. La mattina seguente, e quelle dopo,  nonostante mi alzassi di buon’ora, non lo trovavo mai. Chiedevo alla cameriera dove fosse. Mi diceva sempre che era partito presto, senza lasciare indicazione sul suo tragitto. Così radunavo i miei clienti e passavo la giornata insieme a loro, in cerca di una cala, di una spiaggia e di un buon ristorante che cucinasse una pezzogna decente. A cena, lo trovavo sempre lì, seduto al suo tavolo. “Riuscì a comprare quella vecchia Triumph” – mi disse l’ultima sera – “L’avevo estorta al cuoco portoricano del fast food sotto casa. Aveva lasciato la moglie sola con quattro figli e si era messo insieme ad una spogliarellista. La moglie era tornata alla carica per reclamare il mantenimento dei figli e lui doveva vendere la moto per ricavare soldi” – Nicolas mi guardava, stringendo i piccoli occhi, con una smorfia di soddisfazione. “ La moto era malandata, per farla partire occorreva prenderla a martellate sulla testata” . – Poi cambiò espressione – “ La felicità di quella moto non durò a lungo, la mia compagna tornò in Italia, stanca di quella vita senza prospettive e rimanemmo soli in quella topaia vicino ad Harlem, io e la mia Triumph. – Il volto di Nicolas si era fatto scuro – “ Decisi di ritornare anch’io in Italia, ma non potevo portare la moto con me, così feci pubblicare un annuncio sul giornale. Ero arrivato a pochi giorni dalla partenza e nessuno aveva risposto all’inserzione. Avrei dovuto abbandonare quel ferro in mezzo alla strada ed andarmene ma, il giorno prima del mio volo di ritorno per l’Italia, un tizio mi chiama perché è interessato alla moto. Mi dà l’indirizzo e mi dice di andare da lui per fare un giro di prova. Parto ed arrivo in questo residence fatto di villette isolate” – Si presenta questo tizio e dice di chiamarsi Laszlo. Non sa guidare la moto e vuole che glielo insegni in un quarto d’ora. Mi ero presentato con un giubbotto nero ed un cappello di pelle nera ed avevo un aspetto molto “selvaggio”, molto “cool”. Mentre faccio lezione a questo ungherese, lui di colpo si gira e mi fa: - Ragazzo, hai stile. Te lo dico sinceramente. Sono un regista e sto girando un film su una banda di motociclisti. Ho sotto contratto un attore giovane, ma che sono sicuro si farà strada, si chiama Brando, Marlon Brando. Tu potresti essere uno del gruppo dei biker.- A quei tempi Brando non era nessuno e l’idea di rimanere ancora in America, per prendere parte ad un film con attori misconosciuti, non mi allettava. - Ho già il biglietto in tasca per l’Italia, - gli rispondo -ho disdetto il contratto d’affitto, non posso-. Nicolas chiuse il racconto dietro una nuvola di fumo a coprire il suo sguardo, che si andava spegnendo quasi fosse un giradischi alla fine dei suoi solchi. Si alzò, prese il suo bastone, mi fece un cenno con il capo e uscì nella notte che aveva preso l'odore del lentisco. La mattina dopo, la moto era lì, ma di lui nessuna traccia. Chiesi alla cameriera – “ Guardi che la moto non è di Nicolas” – mi disse lei con tono di rimprovero – “la moto è del giardiniere. Nicolas esce a piedi tutte le mattine con il casco in mano , ma va fino alla fermata dell’autobus. Forse prende la linea che va fino a Magliano Vetere, ma non sappiamo esattamente dove scenda.” – rimasi senza parole. Inforcai la bicicletta e iniziai a salire oltre Capaccio. Di Nicolas nessuna traccia. Ero arrivato fino a Monteforte. Entrando nel paese, presso il parapetto di una curva, notai una figura alta, giaccone di pelle, capelli grigi lunghi fino alle spalle, mani in tasca e casco tenuto dall’avambraccio attraverso la visiera aperta. Nicolas era lì, di spalle alla strada e fissava la vallata. Lo sguardo era impietrito, vitreo, perso in un punto dell’orizzonte. Non notò il mio passaggio né io feci nulla per attirare la sua attenzione. Mi fermai al bar trecento metri più giù in paese. “Mi scusi, ma chi è quell’uomo, in piedi, vicino la curva che guarda a valle?” – Chiesi alla vecchia barista che mi versava una birra – “ Chi l’americano? Il pazzo?” – mi apostrofò con espressione di sorpresa la signora - “ Quello viene ad aspettare l’amico suo” – “L’amico suo?” – insistetti io – “ Sì, l’amico suo che è morto. Tanti anni fa , dopo lo sbarco degli alleati a Paestum, i soldati avevano lasciato una vecchia moto inutilizzabile in mezzo alla strada. Lui e il suo amico erano poco più che ragazzini. Riuscirono a metterla in piedi e ci saltarono su. La discesa fino al paese non era ripida, ma la moto era pesante e i due non riuscirono a fare la curva. Finirono di sotto. Lui si salvò, ma rimase zoppo, l’amico morì sul colpo spezzandosi l’osso del collo. La moto è ancora là” – Uscì senza consumare. Presi la bicicletta ed iniziai a risalire. Arrivai presso la curva ma Nicolas non c’era più. Fu allora che decisi di affacciarmi oltre il parapetto. Guardai giù. Più sotto, nel piccolo pezzo di terra incolto, sotto un fico malandato, i rottami di una vecchia Triumph.

mercoledì 25 dicembre 2013

Nonni



Festa. Non ho mai avuto chiaro il concetto secondo il quale, un individuo possa essere felice, attenendosi alle disposizioni del calendario. La celebrazione “imposta”, mi ha sempre lasciato un fondo di malinconia, per il fatto che fossi già proiettato verso la “fine della festa”. E’ la stessa aria che si può respirare la domenica pomeriggio, quando iniziamo a prendere coscienza del lunedì mattina seguente. Ma l’allegria, di questi tempi, può essere pilotata in un giorno specifico, dato che la nostra vita segue delle scadenze come quei timer che si trovano alle fermate degli autobus di linea a Bologna. Parlo di allegria, perché la felicità è un concetto che non può essere definito neanche da Umberto Eco in tredici volumi. C’è un attimo di queste feste, che mi permette di fermarmi a ricordare le volte nelle quali sono stato veramente felice. Solo adesso riconosco come quella fosse felicità, perché allora non mi rendevo conto. Le feste con i nonni erano la felicità. Due odori su tutto: il brodo di pallotte e cardone di nonna Adele, il sugo con la pasta fatta in casa di nonna Velia. In quella casa con l’affaccio sul mare, si ammucchiavano gli zii, i cugini, ognuno con le sue storie, ognuno con il suo carico di aspettative per quel giorno insieme. La nonna Adele in cucina con le figlie, le nuore, la vecchia suocera in un angolo, vestita di nero. Passava il giorno, tra i giochi, la tombola, papà che cacciava il vecchio telegrafo dall’armadio ed inizia a dialogare con nonno Camillo, attraverso l’alfabeto morse. Il vecchio telegrafo che nonno aveva riportato dall’ultimo ufficio postale nel quale aveva lavorato, il telegrafo al quale era stato attaccato, tra le dune del deserto, durante la guerra d’Africa, ; il telegrafo al quale papà si era attaccato per giorni, lui piccolino, aiutando il padre a tradurre ed inviare telegrammi. In quelle poche righe che si battevano nel soggiorno, tra la nostra impossibilità di capire cosa si dicessero, si vedevano gli sguardi di due persone le quali avrebbero dovuto amarsi, ma non riuscivano se non in quel momento. In un’altra scena, in un altro posto, sotto il Gran Sasso, mi levavo la sciarpa dal freddo pungente. Subito mi accoglieva l’odore del sugo di nonna Velia, ai fornelli sin dalla mattina presto. Nonno era sempre in cantina, a tagliare prosciutti, ad affettare salami. Tutto sembrava possibile. Quella piccola casa avrebbe potuto resistere a qualsiasi terremoto, perché c’eravamo noi dentro. Guardavo i miei nonni, mia zia, mio fratello piccolo girare per casa con i regali appena scartati, in uno scatto senza tempo, una fotografia che non avrebbe potuto ingiallirsi mai. Guardavo quella fotografia io, grande, sposato, quando i miei nonni, al termine del loro viaggio, stringevano amorevoli, le mie piccole figlie. Accompagnavo mia nonna, lei ormai quasi cieca, in quella casa che mi aveva visto bambino, nella quale era lei a tenermi per mano. Ora le stringevo la mano, perché non inciampasse. Il ricordo di quella mano stretta nella mia, è il mio regalo di Natale.