mercoledì 13 febbraio 2013
L'aquilone
sabato 2 febbraio 2013
Il parente

Tutto sommato gli volevo bene. Mi piaceva, il parente. Fin da piccolo provavo una naturale attrazione per quell’uomo che faceva lo stesso mestiere di mio padre ma, a differenza di mio padre, era disposto al gioco, alla scoperta, alla stupidata. Lui, uomo di campagna, mi aprì le porte ai segreti dei boschi, degli orti, alla caccia nelle piantagioni di tabacco, alle piccole storie di quella piana sulla quale, ancora, pascolava qualche mucca ed a primavera, si potevano raccogliere asparagi selvatici. All’imbrunire, ci si arrampicava sul gelso secolare al centro dell’aia, sul quale costruivamo gabbie per i merli catturati tra le macchie di querce e ginestre. C’era sempre un trattore da cavalcare, un arnese da intagliare nel legno. Fu lui, a differenza di mio padre, a capire che mia madre era incinta di mio fratello, fu lui a stare con me, sulle rive del lago, a scoprire la quiete delle acque e la pesca delle carpe. Così mi rimase nel cuore ed in lui riposi la fiducia come testimone, durante i rituali religiosi che accompagnavano i rovelli spirituali nella tarda fanciullezza. Mi facevo intanto grande, il lavoro con mio padre mi prese. Con il parente ci vedevamo spesso, durante le feste comandate, nei fine settimana. Lui con quell’aria di padre complementare, sempre pronto al discorso, allo scherzo. Poi arrivarono i problemi. Nel suo burbero silenzio, mio padre si chiudeva, tranne che nei conviviali in cui, preda dell’alcol, si lasciava in confidenze coi parenti. Il parente sopportava, stando al gioco, praticando la nobile arte della gaiezza moderata, lasciando al mio genitore la gestione dei deliqui. In quei tempi, stando spesso a contatto con mio padre, ne condividevo le gioie, le preoccupazioni. Cresceva in me il desiderio di non lavorare con lui, una volta laureato, a causa delle sue ire e delle sue rigidità. Cresceva anche in me l’affetto per un uomo inadeguato ai tempi, convinto che ciò che spettasse lui di diritto non doveva essere concessione. Un uomo pignolo nei conti, tanto da dover mettere in difficoltà la propria famiglia. Mio padre non mi fece mai partecipe della pericolosa china economica nella quale stava dirigendo l’intera famiglia, compromettendo anche le fortune dei suoi cari. Il parente ogni tanto si affacciava in ufficio. Mi chiedeva dei miei studi, parlavamo del lavoro, mi rendeva partecipe e quasi collega. Poi, un giorno, la fine. La rovina economica giunse. Trascinò con sé tutto: famiglia, beni e possedimenti dei cari, l’ufficio, la mia laurea, il futuro. Mi ritrovai con una tuta da pittore a decidere del mio fato. Non mi arresi. Mio padre, no. Si trascinava, masticando anatemi contro il cielo, bruciato dal fumo, a maledire tramonti e mattine senza scopo. Lui, senza denari, ad elemosinare spiccioli da una moglie che lo aveva accontentato per non sentirselo tra i piedi. Lui, ancora innamorato, schiacciato dall’indifferenza di mio fratello al quale aveva rivolto solo distratte carezze e che ora lo ripagava con tanta amarezza per aver subito creditori in casa. Rimanevo io, col quale vi erano litigi accesi e lunghi discorsi. A mio padre volevo bene, nonostante tutto. Il parente intanto, mutava i suoi atteggiamenti. Dapprima dispiaciuto, si faceva ora preoccupato, poiché i beni indivisi erano alla mercè delle banche. Emerse l’animo contadino del possesso. Nell’animo dei miei consanguinei si avvitò il sospetto di una complicità truffaldina tra padre e figlio, la quale nascondeva, secondo alcuni, fortunate accumulate in segreto per fallir fintamente senza denari. Mi accorgevo che il parente mi parlava sì, con lo stesso tono cordiale, ma questa malcelava una totale diffidenza verso le mie risposte. Si giunse al sospetto che il mio lavoro, ora umile, fosse un paravento per calmare le acque e campare in seguito, col frutto del maltolto. Sentivo alitare su di me il vento del sospetto. Avevo timore di comprare anche un paio di scarpe, affinchè non mi venisse chiesto con quali soldi. Mio padre morì. Consumato da un tumore che lui stesso aveva progettato, si spense senza affetto. Arrivai tardi in ospedale. Avrei voluto dirgli che non era solo, che non tutto il suo amore era stato sprecato. Gli mancò, in ultimo, anche la mia parola. Fu cremato, senza Dio e senza uomini. Alla fine arrivarono le carte, i bolli, i tentativi di salvataggio ed il parente divenne l’interlocutore. Avevo ancora nella mente e nel cuore la sua figura di amico, con il quale potevo aprirmi e sul quale avrei potuto contare per salvare il salvabile. Una sera, nel suo ufficio, discutevamo delle modalità di salvataggio dei beni di famiglia ed io gli parlavo di quello che facevo e del lavoro che mi ero costruito per poter far vivere dignitosamente la famiglia che nel frattempo mi ero costruito. Nei suoi occhi notai una luce diversa. Mi invitò presso una bettola sottostante il palazzo, sede del suo nuovo ufficio, palazzo che aveva da poco acquistato. Da principio non capii. Era questo un angusto locale nel quale, vi erano disposti quattro tavolacci con squallide incerate a quadri bianchi e rossi. Alle pareti, sporche, qualche stampa ed un frigorifero di bibite in lattina. C’era un vecchio bancone che dava verso una cucina sul retro. Seduti ai tavoli, una vecchia ubriaca con il fazzoletto in testa, un barbone e due anziani che giocavano a carte. Il parente sembrava trovarsi a suo agio in questo ambiente, cercando di propugnarmi questo squallore per tipicità ed esaltandomi le qualità del mangiare e del bere. L’oste, un uomo panciuto con l’occhio iniettato dal vino cattivo, ci portò salumi formaggi ed una caraffa di rosso. Il parente divenne gioviale in modo eccessivo. Mi porse da bere ed ogni tanto mi riempiva il bicchiere incitandomi alla libagione. All’inizio fui partecipe di cotanto conviviale anche perché fui coinvolto ulteriormente nella discussione circa gli aspetti del salvataggio dei beni di famiglia. Iniziai a percepire un’aria diversa, col passare del tempo e dei bicchieri. Il parente aveva un altro progetto per me: farmi bere fino a che sciogliessi la lingua e rivelassi segreti su me e mio padre, confermando i sospetti che da tempo erano nelle corde dei miei consanguinei. Il parente, memore delle debolezze di mio padre, loquace durante i banchetti familiari, pensava lo stesso di me: un essere debole, capace di leggerezze con un bicchiere di vino in più. Non avevo nulla da nascondere, ma lui sì. Per tutti questi anni era stato un Giano mentore, un uomo apparentemente paterno. Questa consapevolezza mi chiuse la gola e mi forzò ad un gelido sorriso per il resto della serata. Uscii da quella bettola, usando la stessa falsa cortesia del parente nel saluto cordiale. Chiuso in macchina, piansi. Ero veramente solo, adesso.
martedì 22 gennaio 2013
Franco Zaio, solo tu potrai capire il Lebowski dentro di noi
Riusciamo ad ottenere la
possibilità di suonare durante le celebrazioni del capodanno. Di solito il
musicista non definisce la sua carriera solo in base al successo che viene
decretato dal pubblico, ma anche dagli eventi base ai quali è tenuto a
partecipare, per avere il titolo di “uno che ha fatto la gavetta”. Così io il
Deg e Di Tokio, riusciamo a passare i tanti esami dell’artista acciaccatutto,
grazie alle esibizioni live nei più disparati contesti: si va dalla Festa della
Lega Navale, al matrimonio con rito civile, alle feste di partiti della prima e
seconda Repubblica fino all’intervallo musicale tra uno spettacolo porno fist
fucking e l’altro, con tanto di mixer montato vicino al tavolino con falli in
gomma di varie misure. Leggende metropolitani si vanno così, ad accumulare nel
sottoscala dei nostri ricordi. Tra i must del gavettaro c’è indubbiamente il “suonare
a Capodanno”. Per l’occasione si assemblano formazioni musicali variamente
assortite. Nella band di solito, al musicista di professione si affiancano
strimpellatori per necessità e vecchi amici messi lì a fare presenza, con il
volume dello strumento rigorosamente a zero. Arriva così il gran giorno. Il
nostro Manager Alessandro ci segnala per la serata di capodanno 99/2000 presso
un noto locale a Scanno, dove si terrà una megafesta di fine anno e dove non ci
sono particolari esigenze danzerecce. Stiliamo quindi un repertorio misto tra
successi pop del periodo e sempreverdi brani rock. Per arrivare a Scanno, si prende l’A24 e si
esce a Cocullo ( nota per la processione dei serpari). Si passa quindi per
Anversa degli Abruzzi e, attraverso le inquietanti Gole del Sagittario, si
arriva a Scanno. Avendo un po’ di parenti ad Anversa, riesco ad ottenere da
parte di un cugino di mammà, l’utilizzo di un paio di stanze che potranno
essere utili per riposare, quando torneremo dalla serata e per non fare tutta
una tirata fino ad Ortona. Partiamo il pomeriggio. Deg si fa prestare il
furgone dallo zio che ha un’attività sotto il porto. Deg fa il pieno presso il distributore sulla
banchina, lo stesso dove i pescherecci si riforniscono per le loro battute si
pesca. Errore fatale. Dopo aver caricato gli strumento partiamo alla volta di
Anversa. Arrivati, giretto per il paese, incontro con il lontano cugino,
accesso all’abitazione, accensione riscaldamento, rilascio chiavi, saluti e
baci. Partenza alla volta di Scanno. Le gole del Sagittario sono uno stretto
budello scavato nella roccia, nel quale si snoda una piccola strada asfaltata
carrabile quasi come quelle andine. Passando sotto la diga del lago arriviamo a
destinazione presso il locale dell’Evento. La sera è limpida ma già fredda e
questo potrebbe destare non poca preoccupazione se non fossimo affaccendati con
l’attrezzatura. Dopo il cenone si attacca. Della serata, dal punto di vista
musicale, non ho un gran ricordo. Forse una versione di “Back in Black”
abbastanza squallida ed un “Flaca” ripetuta almeno 3 o 4 volte. Già dal primo
pit stop, la temperatura si aggira intorno ai cinque gradi sotto zero. Dopo il
tanto temuto passaggio del millennio, così carico di profezie nefaste che manco
Umberto Eco, suoniamo fino alle tre. Pagamento cachet, saluti, baci e partenza
alla volta di Anversa dove, una casa ben riscaldata, ci aspetta per farci
godere un meritato riposo. Io e la mia signora andiamo avanti mentre il DEg e
W. Ci seguono con il furgone a due tre minuti di distanza. Di Tokio invece, è
partito prima con la sua vecchia Peugeot a recuperare la sua consorte russa, in
un locale della costa dove si esibisce. Costeggio lentamente il lago. Il cielo
è terso, la strada è ghiacciata, ci sono tredici gradi sottozero. La notte è
assolutamente silenziosa. Al di fuori del rumore della nostra auto. Sul lato
della carreggiata ci sono due auto ferme, in panne. Non possiamo aiutarli,
anzi, quasi ci viene da ridere. Non sappiamo cosa ci aspetta. Mentre scendiamo
oltre la diga, uno squillo al cellulare. Il Deg. “Giallù, il furgone non cammina!
Pare che vada a tre cilindri!” Spinto fino ad adesso da una leggera discesa, il
Ducato ci è stato dietro anche se distante. Ora è fermo al lato della strada ed
a nulla valgono i tentativi di rianimarlo. Intanto la temperatura nell’abitacolo
scende. Dopo un’ora siamo qui, in quattro, al centro d’Italia, che poi per gli
italiani sarebbe il centro del mondo, al freddo, nella notte tra un millennio e
l’altro, alle quattro del mattino, senza un’anima, con la possibilità che
qualche branco di lupi del vicino Parco Nazionale ci sbranino, con una casa non
molto distante che ci aspetta , calda ed accogliente e non possiamo fare nulla per
cambiare la nostra situazione. Alte si levano bestemmie d’Ognissanti. Riemergono
vecchi rancori tra musicisti. Tutti maledicono tutti, il freddo obnubila le
menti, si cerca di menar le mani, si rimpiange di aver imparato lo strumento,
si impreca il divino immacolato cuore della divinità madre, si giura al cielo,
etrna vendetta agli dei immortali. Solo la mia vecchia ford, a benzina riesce a
fare spola tra Anversa ed il luogo del delitto. Al mattino, un benzinaio
crumiro, con l’alito di stracotti all’aglio e spumanti dolci, ci vende a caro
prezzo un litro di verde. Deposto il sacro liquido nel serbatoio del cassone
morente, avviene il miracolo sotto il sole del primo gennaio. Una botta di
vita. Parte il furgone ma ormai tutto è perduto: amici, felicità, riposo,
possibilità del paradiso dopo la morte. domenica 28 ottobre 2012
Natura morta
sabato 6 ottobre 2012
44
venerdì 20 gennaio 2012
La cravatta
sabato 6 agosto 2011
Le terre del riposo
Ancora la stessa alba. Si vede punta Aderci, si vede la linea di bosco sulle gallerie a destra, in fondo. Mi affaccio. Mare piatto, due pescherecci entrano in porto, lasciando le graffe di spuma e gabbiani a poppa in cerca di scarti. Oggi la gamba non fa male. Pensare che anni fa me lo disse il dottore, dopo l’incidente: “Di Renzo, lei con lo sport si deve dare una calmata, rischia la necrosi dell’anca”. Me lo guardavo, quel dottore secco e biancastro, dal dorso della mani pelose. Lo diceva con il dispetto di chi non aveva mai inforcato una bicicletta fino a Passo Lanciano. Eppure la misi a dura prova quella gamba...Salire sulla scala, scendere dalla scala, salire sulla scala, scendere dalla scala, salire...per tutti questi anni. Ora non più. Sono stanco. Voglio dormire, voglio finire, ora. Così la sottile striscia di blu dall’affaccio non più bianco dell’Orientale è il limite oltre il quale esistono le terre del riposo che non conosco, ma so che ci sono. Ognuno, quando guarda il mare e la fine del cielo che lo tocca, pensa a quello che esiste oltre. Potrebbe non avere un nome, dovrebbe non averlo. Là ci sono i pensieri di quello che avremmo dovuto fare o essere. Sono lì, ammucchiati, su una spiaggia qualsiasi, come vecchie barche. Sono fermo adesso all’inizio della discesa a mare. Una volta, ricordo che qui c’era un palazzo altissimo, il più alto di Ortona. Aspettavamo, noi bambini, spalle a San Rocco, l’autobus azzurro, quello di Napoleone. Correvo subito davanti, mentre Zia Rosaria faceva il biglietto, volevo stare vicino al motore, racchiuso da un grosso coperchio a fianco dell’autista. Rimanevo ad osservare l’enorme volante girato come il timone di un vascello. Adesso il mio autobus frena silenzioso davanti alla piccola fila di cui non mi accorgo. No, oggi vado a piedi, voglio vedere se ce la faccio a scendere per la vecchia fornace. Certo, per un anziano malato come me, non sarà facile. Eppure nonno Antonino sembrava quasi sollevarmi di peso su per quel dirupo di tufo ed olivi. Mi sembrava così vecchio. Sbucavamo sulla curva. Sotto i pini c’era un pittore anziano, chino sulla tela, in silenzio, sembrava non accorgersi di noi. Era ortonese ma abitava in Svizzera. Diceva nonno che fosse un pittore famoso, ma il suo paese non lo amava. Sullo stesso punto,a le sento ora le ginocchia che mi sfidano. La voglio fare questa discesa, non importa se cadrò. Si affidavano le mie bimbe, alle mie mani, per scendere la domenica, quando c’era il sole e andavamo a camminare sul molo, senza bisogno di pensare un futuro. Sullo spiazzo dove la fornace sbuffava dall torre, si vedono tratti di mare e le macchie bianche di barche. Scendo fino alla vecchia fontana. Chissà se questo ponte terrà ancora. La scritta “Motul” si vede appena. C’è ancora qualcuno che si sciacqua i piedi prima di salire in macchina. Là aspettavamo l’autobus la sera. Ci aspettava una passeggiata col nonno fino alla sala Eden. C’era una piccola pista di macchine elettriche, durante l’estate. Potevamo scegliere tra un gelato od un giro di giostra. Il Camillone. Lo faranno ancora? I bambini penseranno al gelato ed ai soldatini? Penseranno ai nonni, alle loro mani nelle mani, ai nonni sopravvissuti alle guerre, ai nonni senza i cellulari ed i computer? Penseranno alle giostre col gettone? Qui sulla riva i nonni sono morti. Li vedevo i nonni, trascinare i rastrelli nella sabbia del fondo per raccogliere le telline, i cannolicchi. Li vedevo allungarsi per terra a mezzogiorno e ricoprirsi di sabbia con le palette di legno per curare i reumatismi, mentre le mogli, sbucciavano le pesche, di schiena ai casotti di legno, pezza in testa e fiaschetta col sughero. Sulle facciate regolari delle cabine in cemento si spengono le vibrazioni di un juke box. Ma il molo è sbarrato. Suona ancora la voce di Tozzi. Cento e cento lire e poi altre ancora a ripetere Gloria. Ora gli ombrelloni dai ranghi serrati, uguali , si spingono fino alla riva. Con gli occhi di vecchio, li cerco i bambini che fanno i castelli. Prendono la sabbia bagnata e la fanno colare dalle mani a formare le torri, i merli che la marea della luna crescente porterà via prima o poi, forse la notte, forse al mattino. Sono brutto in costume, i vecchi non si guardano, sono dei monumenti da non giudicare, perchè la vecchiaia non ha qualità, si elimina dallo schermo dei glutei, dei seni turgidi, dei corpi scolpiti col fitness, lo spinning, lo jogging. La vecchiaia ha forme uguali per tutti, nel parcheggio della considerazione. Mi giro a guardare la battigia. Lei non c’è. Non c’è più. Una volta mi osservava nuotare preccupata che la piccola boa arancione stretta alla mia vita non si vedesse all’orizzonte, prima di pranzo. Mentre l’acqua mi arriva alla vita, mi ricordo di mio padre. A sera, durante l'estate talvolta, arrivava in spiaggia. Non sapevo nuotare. Mi caricava sulle spalle e iniziava a portarmi. Non avevo paura. Mi appariva enorme, tranquillo, uno di quei grossi capodogli dei racconti di mare, oppure il tonno che salva Pinocchio e Geppetto dalle fauci del pescecane. Tornavamo in spiaggia ed io ero contento per quel piccolo regalo d’amore. Aspettavamo che ritirassero le reti a riva tra gli ombrelloni di stoffa dai mille colori. Il mare generoso offriva tesori agli occhi di un bambino e le stelle marine da mettere a seccare sul davanzale, per annusarle l’inverno, mentre a Milano c’era la pioggia che bagnava i vetri della mia cameretta. Dalle lenti gialle dei miei occhialini, guardo il fondo arido del mio mare morto, senza più stelle. Un vecchio che nuota, senza una meta, lungo la scogliera incrostata di alghe. Non è come quella sera, quando vidi l’ultimo mare azzurro, di un colore non suo, un ultimo respiro di vita. Mi tuffavo con gli amici dal picchetto. Passo lento dove una volta fummo ragazzi sugli scogli. Si vedeva il fondo e sulla pelle ti rimaneva l’odore del mare. Adesso le onde mi tagliano le bracciate, schiaffi di mare impediscono la mia scia, ma devo andare, forse qualcuno mi aspetta oltre la curva del molo, forse lei, ancora seduta a guardare. Avrei dovuto rimanere a riva o forse aspettare l’alba , in quel punto tra l’acqua e la sabbia, dove la spuma disegna le curve di bolle, il suo sguardo. In fondo, i treni non passano più. Vedevi lontane, le teste dai finestrini, di chi si affacciava a mirare la costa, in un viaggio qualsiasi, di ritorno dal nord. Il rombo di ferro dei binari, squarciava improvviso il ronzio della spiaggia o la notte nebbiosa, quando sul molo, mi nascondevo con la lampada a cercare pelosi. Arrivava talvolta, il vento freddo dal fosso e sentivi l’odore della terra distante, mentre l’acqua tranquilla cingeva gli scogli. Ti chinavi e scorgevi la vita dei pesci, sorpresi dal fascio di luce sgradita. Allora dal buio del mare vedevi Ortona , la fila dei lampioni ad illuminare l’Orientale, le luci in disordine delle salite al paese, i fari arancioni del porto. Sul pelo dell’acqua, il fumo del caldo diurno, spazzato dai pescherecci che uscivano a notte. Pensavi allora, ai quartieri grigi delle grandi città, dove l’affaccio è negato da cemento e cemento e la vita prosegue senza il dono che a noi è concesso. Nel continuo alzare il volto dall’acqua a prendere fiato, scorre la fila degli scogli consunti dagli anni. Sento il peso degli anni, ma devo continuare. Il freddo dell’acqua al mattino mi stringe la schiena grinzosa, le spalle arrugginite, il ventre debole. La folla dei fantasmi mi chiude le tempie, oltre la punta del faro dove c’è solo acqua e poi acqua, mi giro per l’ultima volta a guardare Ortona oggi, trentuno luglio duemilacinquantuno, puntando ad oriente, dove esistono le terre del riposo che non conosco, ma so che ci sono.


