E' da più di un anno che non posto. Tuttavia seguo regolarmente i bloggers, apprezzando gli sforzi perchè qualcuno, nel secolo buio nel quale viviamo, possa ascoltare la loro voce. Devo terminare il libro che uscirà in stampa tra qualche settimana. Un libro qualsiasi, scritto da un uomo qualsiasi e pubblicato in un luogo qualsiasi, che si coprirà di polvere in una libreria qualsiasi, fino a quando qualche erede, nei tempi che verranno, riaprirà quelle pagine, scoprendo qualcosa del proprio genitore che non aveva avuto la capacità di capire perchè troppo giovane per farlo.
domenica 6 febbraio 2011
martedì 22 dicembre 2009
L'Uccisore di uomini (Prima parte)

Tra le coltri intrise di un corpo in affanno, si muove l’involucro mio, a cercare posizioni più consone al sonno. Ho in mente un punto del luogo, un punto preciso dove la veglia sfuma nella stanchezza silenziosa della fredda camera di legno. E’ un acuto silenzio, come d’ovatta sulle tempie. Sul comodino una bibbia in tedesco, racchiusa nella copertina di cera nera. Sfoglio le pagine, tradendo l’impossibilità di comprendere. Dio è più spietato sotto il duro stridore dei denti di una lingua del nord. Il sole scende. I ferri del mestiere attaccati allo zaino, due ramponi. Nel tramonto, la crosta delle mie narici, mi toglie il fiato. Tento visioni del ghiacciaio ,ma la luna malefica taglia inesorabile il triangolo di roccia nerastra che ho davanti. Come il fato incombe, come una morte solida. Non è simile a nulla, è la forma, senza un principio, è un dogma di pietra. I volti dei miei compagni, in questi tratti della mia vita, potrebbero essere quelli dei miei compagni nei tormenti d’inferno. Mi guardano, ma siamo appannati da questa ombra immobile, che tutto annulla. Nel silenzio ingannatore, dorme l’uccisore di uomini. Sbiancato dal freddo alone della luna, sembra piegato alla magnanimità. Al mattino, nel frastuono dell’ascesa, da lontano, già odo, lungo le sue pareti giallastre di sole, apparecchi di morte, a recuperare brandelli di vita tra pietre in frantumi.
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sabato 17 ottobre 2009
L'odore degli appunti

Nei vicoli del paese, a sera, passo tra luci di vecchi lampioni ed insegne di piccole botteghe. All'improvviso, stretto il maglione al collo, un vento inadeguato a queste mese senza termometro, porta l'odore degli appunti. Sono i quaderni delle scuole medie, fatti di copertine con le moto e le penne a sfera. Un odore di fuliggine dai camini dei vecchi bassi dove le ultime anziane del secolo scorso, bruciavano la sansa, le potature delle vigne, le bucce delle prime castagne, le scorze di mandarini acerbi. Un ragazzino passava, con il pallone nelle mani ed i compiti da fare prima della merenda. Aveva giocato, questo giovane, contro le serrande dei garage, senza la paura delle macchine. Il sudore freddo, dietro al collo gli avrebbe portato due giorni di vacanza a letto, con gli impacchi di semolino sul petto. Erano appunti di storia, di geografia, con gli esami da fare a giugno, nella scuola vicino ai ruderi del Castello. L'odore adesso si fa più intenso e gli fuma in bocca le prime sigarette di nascosto, con il walkman a palla, uno sgualcito libro di filosofia, studiato a tratti dai compagni, tra le cianfrusaglie dei diari scarabocchiati e l'incubo del giorno dopo, a scuola. L'odore degli appunti si ferma al retrobottega della vecchia pizzeria. E' un attimo. L'odore scompare, lasciando questo momento, solo , unico. Ricorderò, un giorno, il ricordo dell'odore degli appunti
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giovedì 10 settembre 2009
Sogno sogni della morte

Sogno i sogni della morte.
Inizio a contare i giorni e gli anni che mi separano dalla probabile fine dell’esistenza. Non è un calcolo racchiuso nel catabolismo della mia esistenza. Immagino quelli più vecchi di me, parenti amici dei miei parenti, conoscenti, gente del mio paese che conosco di vista. Provo a ricordarli quando avevano l’età che ho io adesso. Riesco a collegare i giorni nei quali li ho visti e nei quali ho visto, i loro cambiamenti. Stacco la spina del mio specchio nel bagno, la spina che mi fotografa il volto ogni mattina e calcolo i cambiamenti tramite salti temporali. Studio la ruga ai lati della bocca. Essa viene scavata dalle ore, giorno per giorno, ma io non ci faccio caso, apposta. Poi, all’improvviso, dopo mesi, la osservo con attenzione per notare l’accentuarsi del suo solco. Riesco a creare false malattie, morbi virtuali che possano intaccare improvvisamente il mio corpo fino a condurmi al decesso. Confronto il mio viso con quello di mio padre, di mia madre, alla mia età. Li vedo, io piccolo, adulti, anziani. Adesso vedo le figure immobili dei mie parenti, morti, nelle casse, rosario stretto nelle mani. Sono allungato nella bara e vedo sporgersi le mie due figlie a fissare il mio cadavere ed immaginare quello che sto immaginando adesso. Questo sogno, sempre più ossessionante, si alimenta da solo come un feedback, come un uragano sul Golfo del Messico, come una vite senza più giri. Non voglio vivere una esistenza senza il pensiero della morte. Mentre la mano destra si torce per dare gas alla mia moto, emerge ,improvvisa, la sensazione dell’incidente, il vuoto d’aria nell’attimo del disastro, l’occhio spalancato dell’orrida sorpresa, La scarica di adrenalina prima dello schianto. Ho già provato questa sensazione. E’ ebbrezza pura, è silenzio profondo, è inutile affannarsi, è il limite tra essere e non essere più, è confine prima del dolore finale.
Inizio a contare i giorni e gli anni che mi separano dalla probabile fine dell’esistenza. Non è un calcolo racchiuso nel catabolismo della mia esistenza. Immagino quelli più vecchi di me, parenti amici dei miei parenti, conoscenti, gente del mio paese che conosco di vista. Provo a ricordarli quando avevano l’età che ho io adesso. Riesco a collegare i giorni nei quali li ho visti e nei quali ho visto, i loro cambiamenti. Stacco la spina del mio specchio nel bagno, la spina che mi fotografa il volto ogni mattina e calcolo i cambiamenti tramite salti temporali. Studio la ruga ai lati della bocca. Essa viene scavata dalle ore, giorno per giorno, ma io non ci faccio caso, apposta. Poi, all’improvviso, dopo mesi, la osservo con attenzione per notare l’accentuarsi del suo solco. Riesco a creare false malattie, morbi virtuali che possano intaccare improvvisamente il mio corpo fino a condurmi al decesso. Confronto il mio viso con quello di mio padre, di mia madre, alla mia età. Li vedo, io piccolo, adulti, anziani. Adesso vedo le figure immobili dei mie parenti, morti, nelle casse, rosario stretto nelle mani. Sono allungato nella bara e vedo sporgersi le mie due figlie a fissare il mio cadavere ed immaginare quello che sto immaginando adesso. Questo sogno, sempre più ossessionante, si alimenta da solo come un feedback, come un uragano sul Golfo del Messico, come una vite senza più giri. Non voglio vivere una esistenza senza il pensiero della morte. Mentre la mano destra si torce per dare gas alla mia moto, emerge ,improvvisa, la sensazione dell’incidente, il vuoto d’aria nell’attimo del disastro, l’occhio spalancato dell’orrida sorpresa, La scarica di adrenalina prima dello schianto. Ho già provato questa sensazione. E’ ebbrezza pura, è silenzio profondo, è inutile affannarsi, è il limite tra essere e non essere più, è confine prima del dolore finale.
martedì 28 luglio 2009
9 anni

Ho passato nove anni scrivendo per un giornale. Non erano articoli di cronaca, ma editoriali nei quali auspicavo, a modo mio, una maniera di vedere la mia città e quello che mi circondava. Sono invecchiato con questi editoriali, sempre sperando la stessa cosa, perché “questa cosa” non stava accadendo. Nonostante la facilità del mio scrivere, ogni riga, mi costava un salto nel vuoto delle incomprensioni, delle antipatie. Ho smesso perché non avevo più nulla da dire e perché la mia parola sembrava dileguarsi in una valle senza eco. Le simpatie e le empatie per ciò che scrivevo sono cadute nell’oblìo, le antipatie sono rimaste, perché “l’odio alimenta la vita e fa l’uomo forte”. Rimangono scampoli di malocchiate. Questo non mi tocca. Mi tocca nel profondo, perché è l’esperimento che faccio da una vita, la rapida deperibilità del consenso a favore di un nebuloso ricordo di gesta eroiche. Una volta, per difficoltà economiche note a molti, riguardanti la mia famiglia, fui costretto ad eliminare dalla mia abitazione degli “oggetti di valore”. Per me gli oggetti valore sono “ i libri”. Mettendoli nello scatolone, piangevo, pensavo alla gravità di quella perdita , anche se momentanea, al fatto che i miei scaffali sarebbero rimasti vuoti per un determinato periodo. La credevo una luttuosa circostanza, mi sentivo nudo, percepivo un senso di vuoto, simile alla vertigine che porta nausea. Questo fu nel ‘97. Qualche giorno fa andai nella cantina dove allora avevo celato le miei gioie. Sono ancora lì da allora. Le avevo scordate. Stavo vivendo la vita. Il tempo ripara tutti i dolori, cancella l’inseparabilità dagli oggetti. Possiamo vedere con una luce nuova le cose e le persone che un tempo furono la nostra aria. Nulla è vitale, soprattutto gli oggetti. Il sapere di sé, la sua perdita, questo è irreparabile. Questa sensibilità, in questo contesto del nulla, è una malattia pericolosa per sé e per gli altri. Tentai la strada della missione, della conversione, con i mie articoli. Pensavo ad un luogo migliore nel quale tutti avrebbero potuto vivere grazie all’arte ed alla cultura. Fu un pensiero fuorviante e pernicioso. Non è rimasto nulla, in effetti. Forse scrivevo per convincere me stesso. Non ci sono riuscito.
“ Se studiamo i volti dei grandi persecutori della nostra epoca, ci colpisce un’aria disgustata, comune a tutti loro. Questo atteggiamento di schifo verso gli altri rende impressionante, per esempio, la somiglianza tra Himmler e Berija. L’impotente che spia gli atti sessuali degli altri, diventerà potente nell’uccidere; è una norma, dire quasi una legge. Analogo l’atteggiamento di Marat e Robespierre.; tutti i virtuosi accusatori dalle mani pulite appartengono a questa risma. I tipi umani delicati e sensibili sono i più pericolosi. Perciò, nella maggioranza dei casi la situazione è più preoccupante quando letterati e professori s’impadroniscono del potere, che non quando sono i soldati a esercitarlo.”
“ Se studiamo i volti dei grandi persecutori della nostra epoca, ci colpisce un’aria disgustata, comune a tutti loro. Questo atteggiamento di schifo verso gli altri rende impressionante, per esempio, la somiglianza tra Himmler e Berija. L’impotente che spia gli atti sessuali degli altri, diventerà potente nell’uccidere; è una norma, dire quasi una legge. Analogo l’atteggiamento di Marat e Robespierre.; tutti i virtuosi accusatori dalle mani pulite appartengono a questa risma. I tipi umani delicati e sensibili sono i più pericolosi. Perciò, nella maggioranza dei casi la situazione è più preoccupante quando letterati e professori s’impadroniscono del potere, che non quando sono i soldati a esercitarlo.”
ERNST JUNGER
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lunedì 22 giugno 2009
Un uomo

Un uomo si aggrappa alle chiappe di piccole puttanelle, con la speranza di trattenere la vita che lo abbandona. Vede i suoi capelli diradarsi, arretrare sulla fronte. Allora, li colora, li incolla, li friziona. Un uomo si cura, grazie al suo denaro, si tomografizza, si doplerizza, si risuona magneticamente, estrae flaconi dei suoi fluidi, li fa analizzare, li scansiona. Egli è sicuro di trovare nelle cifre, nei range di tolleranza, la formula segreta del rimanere vivo, di contare respiri infiniti, di cagare il più possibile, di mangiare e scopare. Sulle pieghe della sua pelle cadente si accaniscono i chirurghi, le tirano, le tagliano, rinzaffano, rinforzano.; botulini, siliconi, glicogeni, colture epiteliali. Un uomo sopporta i tagli trasversali ai suoi fianchi, dai quali, vengono estratti cumuli di sego, di cellulite, di grassi saturi, insaturi, i quali suppurano nelle sacche, si depositano di siero e sangue, si agglutinano. Un uomo si fa smontare i denti, li ripianti, li devitalizza, li revitalizza, li ceramizza affinchè un sorriso come il territorial pissing, delimiti le zone di competenza per gli altri. Accorrono al suo capezzale, i look maker. Ma dietro le orecchie si notano le linee di tensione, come una maschera che nasconde il volto di un anziano. Allora un uomo, ormai vecchio, si concede di dragare gli umori vitali di morbide pulzelle, tentando erezioni , facendosi manipolare succhiare, leccare, da chi potrebbe essergli nipote, come a sfregiare quello che lui non può più avere: l’essere giovane. Vorrebbe nascondersi a chi lo cerca da tempo, vorrebbe non pensare a chi non può essere comprato dai suoi soldi. Come un novello Sisifo, combatte la sua visione, tentando l’inganno. Così facendo, rende l’incontro ancora più terribile. La maschera della paura, deformerà il suo viso attaccato dai fili del chirurgo, bloccherà le sue viscere, renderà meno fluido il suo sangue. Vedo un uomo, composto sul letto della morte, trovare nel momento il baratro di quello che è stato e che non sarà più, per sempre. Sarà più buia, allora, la sua notte eterna.
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mercoledì 10 giugno 2009
Il vecchio

Il vecchio mi guarda mentre sudo. Non emette una parola. Oltre le lenti a culo di bottiglia si espande uno sguardo ebete e diffidente, pronto a cogliere la conferma della prima impressione che ha ricevuto, accogliendomi in casa sua: un drogato tatuato con gli orecchini, probabilmente di estrema sinistra ed ateo. Il vecchio mi sopporta perché non ha trovato altri muratori, ma si stizzisce del fatto che, al contrario di altri del mio mestiere, non stia tutto il giorno a bere birra e ruttare, con il mozzicone della sigaretta in bocca. Non gli do soddisfazione con la mia bottiglia di minerale. Lo sento, dietro al collo, ansimare con il suo alito carico di aglio e cipolle in soffritti di burro e maiale, mentre controlla, le mani giunte dietro la schiena, che faccia qualche errore per poter imprecare contro la mia natura di individuo perennemente imbraccato dalla calce. Non riesce a parlare, perché un ictus lo ha colpito ed ora emette uno strano verso, simile ad una vecchia gallina che tenti di recuperare un uovo ruzzolato dal suo culo, giù per il pollaio. Non capisco vuole dirmi qualcosa, ma muove le mani, lucide di pelle rosea e tirata da vecchio commerciante. Mi sta dietro, mi sta alle calcagna. Punta il filo tra le stadie, per trovare un corpo del delitto, onde potermi vomitare in faccia, un gemito di imprecazione, per i soldi che, gli chiesi in acconto. Trasporto mattoni da giorni. Lo trovo sulle scale mentre ansimo sotto il peso, pronto ad intralciare il mio passo, quasi fosse un ostacolo, da superare per aumentare il mio punteggio sul cartellone. Tossisce cantando un verso indecifrabile, ossessivo. Si avvicina mentre impasto. Garrulo mi indica il forato fuori bolla , appena poggiato sulla malta. Erode le mie tranquillità mentre manovro secchi di sabbia. E’ dietro da giorni al mio lavoro, come un segugio sulla volpe. Sento la sua presenza di vecchio, dietro le terga, con il suo odore, la mattina, di pizza secca ed unta, perché egli fa colazione con il pane del giorno prima, per risparmiare. Non si lava le mani ed utilizza i miei attrezzi, come un untore. L’odore del pane stantio e lubrificato da pessimo olio, mi si attacca ai vestiti, impregna il mio furgone, mi perseguita fino a casa. Mi salvo creando una barriera di motivi cantati a denti stretti, onde evitare un inizio di conversazione da Babele. Gioco di anticipo, tenendolo occupato, facendolo sentire utile. Lo metto a pulire le macerie e so bene che lui mi chiederà uno sconto per questo. Poi esce al balcone. Per un momento sento il vuoto, poi di nuovo la presenza. Così, mentre è chino sui calcinacci a fare ordine, mi avvicino a lui con un forato in mano, alzo la martellina per rompere il laterizio e lascio cadere la testa del martello con tutta la mia forza, sul cranio del vecchio. Il rumore sordo della noce di cocco appena frantumata anticipa di poco, lo schizzo di sangue che inonda i miei pantaloni, la parte bassa della mia camicia ed il mio collo. Il vecchio emette un lungo urlo modulato da un gorgoglio che gli esce dalla gola, subito interrotto da uno spernacchio da spurgo, durante il quale sputa saliva e sangue. E’ ancora chino sul sacchetto e riesce a voltarsi lentamente. Dagli occhiali appannati, lo sguardo della morte punta sulla testa del mio martello che cala con forza di nuovo, in un punto preciso tra naso, zigomo e fronte. Gli entro nel cervello. Cade all’indietro come un sacco vuoto. Impasto la sabbia con il suo sangue e continuo a lavorare. Ora aspetto che vengano a prendermi.
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