La faccia di Menico sembrava
rassegnata. Sulla fronte corrugata, brunita dal sole cocente di tutta un’estate
passata a sfiancarsi nei campi, due linee palpitanti, le sue vene, pareva
volessero scoppiargli, tanta era la rabbia per quel verdetto infame: “Non posso
darvi più di cento lire al quintale”, sentenziò l’uomo che gli stava davanti.
Aveva una mano allungata tra i grappoli che pendevano dal carretto e ne tastava
la consistenza, spremendoli fino a far colare il succo per terra. Menico, le
braccia conserte, si giro verso la moglie e le figlie che lo guardavano
affrante sul limitare della vigna. La più piccolina, una cosetta magra e
malata, fissò il padre con gli occhi pieni di lacrime come a dire: papà,
abbiamo lavorato come bestie, che abbiamo fatto di male? Il contadino non osò
tenere il loro sguardo e si girò verso il suo interlocutore, rassegnato a dover
accettare quella cifra da fame: “ Va bene, sempre meglio che morire di fame”. Ciruzzo
sfoggiò un sorriso di soddisfazione, misto alla consapevolezza che quella cifra
da strozzino avrebbe potuto far moltiplicare i suoi guadagni, una volta che
avesse portato quelle uve nelle cantine per la spremitura. Il compratore
napoletano frequentava ormai da anni l’Abruzzo. Aveva iniziato ad acquistare
vino all’ingrosso, andando in giro con il suo carretto. L’attività era andata
bene e così Ciruzzo aveva potuto acquistare un camioncino cassonato con il
quale aveva deciso di andare per vigne ad acquistare le uve, durante la
vendemmia. Da fine agosto fino ad ottobre, si recava sotto le vigne e, dopo
alcune trattative più o meno estenuanti, riusciva a persuadere i vignaioli o i
conduttori del fondo, a ceder il frutto del loro lavoro, convincendoli del
fatto che avrebbero ricavato molto di men o, se avessero voluto quelle uve da
soli: “Voi al massimo ci riuscite a fare l’aceto da far bere agli ubriaconi
nelle vostre osterie”. Ciruzzo era dotato di buona favella e ai cafoni della
zona, pareva parlasse come un signore, uno che conosceva come vanno le cose del
mondo. Erano tanti anni che faceva quel lavoro e spesso era riuscito a comprare
a bassissimo prezzo, delle ottime vendemmie, ricavandone ottimi profitti.
Viveva il resto dell’anno a Napoli, sperperando i denari nei postriboli della
zona e nei giochi d’azzardo. Spesso ero riuscito a concupire le giovani
lavoranti nei vigneti, mentre genitori e padroni vendemmiando. L’ultimo
settembre si preannunciava particolarmente fortunato per la vendemmia e
Ciruzzo, a secco di denari dopo le ultime gozzoviglie dell’estate, parti di
nuovo alla volta dell’Abruzzo, assetato più che mai dalla voglia di prendere
per la gola quei poveri bifolchi. Nutriva disprezzo per quella gente, sempre
china a lavorare e sempre più povera, dove la ciurma dei figli era impegnata
nel pascolo delle greggi e nella cura degli oliveti. Riteneva che non fossero
degni di trasformare in vino quelle
splendide uve e che a loro fosse dato da Dio, solo il compito di far sì che non
marcissero sulla pianta. Era arrivato sulla piana di Capestrano, una zona nuova
per lui e della quale non conosceva chi avesse possedimenti degni di essere
spolpati dalla sua avidità. Molti viandanti gli avevano parlato di questa
conca, capace di produrre uve straordinarie, adatte per i vini da far bere ai
signori del Vomero. In quella zona un solo proprietario possedeva la quasi
totalità dei vigneti. Tutta la vallata sottostante il paese di Ofena era
coperta da bassi filari dove meravigliosi grappoli riflettevano i raggi del
cadente sole settembrino. Solo un piccolo vigneto confinante con il
possedimento del signorotto, era di proprietà di Bastiano, un povero contadino
che aveva come unica ricchezza una piccola fattoria e quattro galline nel pollaio che
permettevano la sopravvivenza a lui e alla sua famiglia. L’uomo aveva deciso
già da tempo che avrebbe lasciato quel posto, per emigrare lontano, magari in
Canada, dove un caro cugino lo aspettava per aprire un’impresa edile. “Qui c’è
tanto lavoro ma con quello che guadagni si vive bene. Ci sono le scuole per
tutti e la gente è accogliente”. Queste frasi Bastiano le trovava sul retro
delle cartoline che il parente gli mandava ogni tanto. Si vedeva che faceva una
bella vita, perché sulle cartoline c’erano le foto di posti meravigliosi che il
cugino poteva visitare viaggiando, grazie ad una condizione economica agiata.
Con questa lontana speranza nel cuore anche in quei giorni l’uomo stava chino a
cogliere l’uva, quando sentì il rumore di un autocarro che si fermava lungo la
strada. Continuò a lavorare e non si accorse dell’uomo panciuto che si
avvicinava con passo sicuro alle sue spalle. “Uè, è tua questa vigna?” Bastiano
si girò. Ciruzzo era in piedi davanti a lui. “ Sì, che volete?” rispose il
contadino. “Vuoi fare un affare? Ti compro il raccolto” . Bastiano esitò. L’uomo
che gli aveva fatto la proposta non gli piacque. Da subito. Il contadino non
smise di lavorare e tuttavia in quel momento comprese che quel giorno avrebbe
potuto cambiare la sua vita. “Vediamo, io sono il padrone di tutte le vigne che
vedi e questa uva mi serve per fare il vino che vendo giù a Pescara”. Ciruzzo
si sentì spiazzato ma insistette: “ Se ci mettiamo d’accordo, tu di andare a
vendere il tuo vinello, non ci devi pensare più”. Bastiano si alzò. In quel
momento il sole stava tramontando e poteva essere sicuro di parlare senza che
altri avrebbero sentito le sue parole. Diresse il suo sguardo verso le immense
tenute del suo confinante. Non c’era nessuno. La vendemmia, da loro, non era
ancora iniziata e il fattore era ormai nella stalla a condurre le bestie a
riposo. “Sei sicuro che sarai in grado di pagare subito tutta questa uva” disse
il contadino indicando le terre del confinante. Ciruzzo era un commerciante
navigato e, nonostante sperperasse quasi tutti i suoi denari nei vizi,
tratteneva delle sostanziose cifre che gli permettevano di pagare i contadini
delle prime vendemmie e tornare nelle sue zone per rivendere le uve. Il
partenopeo estrasse dalla tasca dei pantaloni sdruciti un rotolone di banconote
da mille lire. Bastiano trattenne a stento la sorpresa: avrebbero potuto essere
almeno duecentomila lire! “Quando sei disposto a darmi al quintale?” Il
contadino si ricompose, mostrando freddezza. “Novanta o cento lire, tanto di
più la tua uva non vale” , disse Ciruzzo. “Centoventi o niente” rispose il
vignaiolo. Ciruzzo sapeva che, da quel raccolto fantastico avrebbe guadagnato
dieci volte tanto. Decise di adottare una tecnica che aveva provato con
successo con altri bifolchi: “ Ti anticipo i soldi del raccolto, se rimaniamo a
cento lire ma tu mi devi promettere che lavorerai giorno e notte”. Detto
questo, levò il legaccio dal rotolo di banconote che spiegarono come una
sindone in esposizione. Si leccò pollice e indice e, dopo aver dato uno sguardo
largo a tutto il vigneto, contò diciotto banconote da mille, sbattendole sulla
mano aperta di Bastiano. A conti fatti, i due si guardarono e, si strinsero la
mano. “ Ti lascio il camion a bordo strada. Ci vediamo domani mattina per il
primo carico.” Ciruzzo prese la bici dal cassone dell’autocarro e si diresse,
sbuffando verso il paese dove, gli avevano detto, esisteva una locanda dalla
quale si potevano osservare i vigneti anche la notte. Bastiano. Dopo che il
compratore si fu allontanato, chiamò a se moglie e figli: “presto andate a casa
e preparate le casse con tutte le nostre cose”. La moglie non comprese.
“Sbrigati” grido l’uomo. Era calata la notte. Lungo le filari i figli del
contadino iniziarono a sistemare le torce per illuminare il vigneto. Tirava un
leggero vento quella sera e Ciruzzo, comodamente seduto al tavolo della
locanda, guardava le fiammelle tremolare sotto la brezza notturna. Figure
evanescenti si aggiravano tra i filari e il drappeggio delle loro vesti si muoveva
alacremente nella foga della vendemmia. Il compratore era soddisfatto per che
quello si prospettava come uno dei migliori affari della sua vita. Bevve senza
ritegno tanto che, la mattina seguente, si svegliò relativamente tardi, con un
forte mal di testa: “Maledetti cafoni, lo sapevo che il vostro vino era buono
solo per uccidere le cimici”. Nella locanda trovo solo il vecchio oste. Ciruzzo
inforcò la bicicletta e iniziò la sua discesa, preparandosi ad effettuare il
viaggio con il primo caricò di uva. Arrivato in prossimità del vigneto dove
aveva lasciato la famiglia di Bastiano a lavorare, capì che c’era qualcosa che
non andava. Dov’era il camion? Sentiva sempre più assordante uno starnazzare di
oche. La sua sorpresa si tramutò in disperazione quando, sceso dalla bici, si
addentrò tra i filari che erano, stranamente, ancora carichi di uve non
raccolte. Nei lunghi camminamenti tra le viti, erano tese delle corde che
andavano da un capo all’altro del vigneto. Nelle corde correvano degli anelli
ai quali erano legate, per i collo delle anatre ricoperte di stracci colorati.
Queste anatre, in preda al panico per il fatto che fossero impossibilitate a
fuggire, correvano su e giù, lungo la corda, per tutta la lunghezza del
vigneto, starnazzando disperate. Ciruzzo, dalla finestra della locanda, nel
buio della notte, le aveva scambiate per vendemmiatori. Iniziò ad imprecare
prendendole a calci. Corse verso la grande masseria, in cerca del truffatore,
brandendo un coltellaccio, con l’intenzione di vendicarsi. Sull’aia, i fattori
del padrone dei vigneti che Bastiano aveva spacciato per suoi agli occhi del
napoletano, vedendo arrivare quest’uomo armato, misero mano agli schioppi.
“Ridammi i soldi Bastiano!” urlava Ciruzzo. La sua rabbia era incontenibile e
avrebbe sicuramente scannato il primo che gli fosse passato a tiro se un colpo
ben assestato del fattore più anziano non gli avesse trapassato la mano che
teneva il coltello. Quella stessa sera, presso il porto di Napoli, una
famiglia, lasciato l’autocarro in un piazzale distante, trascinava qualche
cassa, piena di povere cose e un paio di valigie, sulla nave diretta in
America.
sabato 16 marzo 2019
sabato 9 marzo 2019
Uelando
Uelando era un uomo
bellissimo. Non aveva un nome italiano. Il padre, infatti, molti anni prima,
aveva trovato questo nome dentro un vecchio libro nella stiva della nave che lo
riportava dagli Usa. Concezio, in gioventù, come molti meridionali, aveva
provato a cercare fortuna oltre oceano. A New York, aveva fatto molti lavori.
Non aveva conquistato nulla eccetto il cuore di una donna: Annette, una minuta
ragazza irlandese, dagli occhi di un azzurro profondo. La giovane lavorava in
una stireria e non aveva ottima salute. Si erano sposati in una piccola chiesetta,
al centro della comunità d'immigrati italiani e lui, dopo averle tentate tutte,
aveva deciso di tornare in Italia, pensando che l’aria fine del Gran Sasso
avrebbe potuto migliorare la salute di Annette. Il viaggio sul piroscafo fu
terribile, la giovane sposa era incinta e le sue condizioni si aggravarono
ulteriormente. Fu durante i giorni di traversata che trovò per caso quel libro.
Concezio non sapeva una parola d'inglese e la giovane sposa, tra un accesso di
tosse e l’altro, gli traduceva alcune pagine. Il libro conteneva alcune saghe
nordiche ed era riccamente illustrato. Tra tutti i racconti, Concezio fu
colpito dalla figura di Weland, il fabbro degli dei, quello che forgiò
Durlindana, la spada di Orlando. “Se mio figlio sarà un maschio, lo chiamerò
Weland” diceva, rivolgendosi ad Annette. La moglie gli sorrideva teneramente
sapendo, in cuor suo, che lei non avrebbe potuto veder suo figlio crescere. Riuscirono
in tempo ad arrivare a Loreto. Annette spirò subito dopo il parto tenendo
stretto il figlio sul suo grembo. Il piccolo fu chiamato Weland per volontà di
Concezio.
Tra i parenti ci fu una sorta di rivolta generale, data anche dal
fatto che era tradizione, a quei tempi, che i nuovi nati avessero lo stesso
nome dei nonni o di qualche santo protettore. “ Chi jè ssu’ Ueland?” Predicava
Nonno Zopito. Anche la nonna era contrariata e considerava la serie di
circostanze sfortunate accadute durante la nascita del bimbo, come una sorta di
maleficio. Una donna straniera, morta partorendo un figlio rosso come le chiome
secche delle pannocchie, dagli occhi azzurri come un demone tentatore e con un
nome così strano. Concezio non batteva ciglio ma dovette piegarsi all’ignoranza
dell’Ufficiale dell’Anagrafe, il vecchio Gino, il quale, prossimo alla
pensione, aveva con gli anni perduto l’udito. Non ci fu verso, nonostante
Concezio provasse a scandire il nome ad alta voce, Gino capì fischi per
fiaschi. Si alzarono alte le bestemmie quando il padre, una settimana dopo,
andò a chiedere una copia dell’estratto di nascita: il nome del bimbo era
destinato a rimanere per sempre “Uelando”. Così il piccolo crebbe tra la
bottega di fabbro del padre e i vicoli di Loreto dove i suoi coetanei
impararono a costruire mille giochi di parole sul suo nome. Nonostante questo
pel di carota dagli occhi blu crescesse in altezza e forza, tuttavia provava
una sorta di complesso di inferiorità rispetto agli altri ragazzi, forse a
causa del fatto che, essendo orfano, vivesse con la nonna che mal lo
sopportava. La vecchia non riusciva superare le sue superstizioni e trattava il
nipote giusto il necessario per non fargli mancare cibo e vestiti puliti.
Weland crebbe senza affetto, il padre non si rassegnava alla morte di Annette,
aggrappandosi alla speranza che il figlio crescesse solo per poterlo aiutare
nella fucina. Fu per questo che Concezio iniziò il ragazzo all’arte della coltelleria,
costringendolo a stare in bottega per ore, sottraendolo ai giochi di strada.
Weland guardava gli amici scorrazzare per il paese. Ogni tanto lo chiamavano
scherzando: “Uè Lando, Papà ti ha messo sotto?”. All’inizio questa condizione
parve dargli fastidio. In seguito, affinando le sue doti all’incudine, iniziò a
provare un sottile piacere nel forgiare coltelli e lame. Con gli anni, divenne
un uomo alto e vigoroso, il lavoro pesante gli aveva donato un fisico muscoloso
e tonico, il tutto unito a dei capelli rosso fuoco che ora teneva lunghi legati
con un laccio di cuoio. Su tutto, malamente nascosti dalle tracce di fuliggine
sul suo viso, spiccavano due occhi di un azzurro accecante, profondi e
ipnotizzanti. Il paese era piccolo, non era difficile che fosse notato,
soprattutto dalle donne. Weland non si sottraeva agli sguardi delle fanciulle
le quali, passavano davanti alla bottega ogni giorno. Spesso qualcuna, più
audace, con la scusa di ritemperare qualche coltellaccio da cucina, si
fermavano a parlare con lui. Il giovane fabbro non era un uomo di grande
conversazione ma bastava un solo sguardo per accendere in quelle ragazze un
desiderio irrefrenabile. Weland, forse alla ricerca della madre che non aveva
mai avuto, si sentiva attratto dalle donne maritate anche più grandi di lui.
Erano queste, in paese, un gran numero. Spesso da sole in casa tutto il giorno,
perché i mariti lavoravano nei campi o pascolavano le greggi o addirittura
emigrati in terre lontane, lasciando le consorti alla gestione della casa e
all'educazione della prole. Weland ebbe la sua prima esperienza con una delle
più graziose. Si recò da lei per ritirare alcune falci da affilare. Il marito
della donna era nei campi e sarebbe rientrato solo a sera, giusto il tempo
perché il fabbro potesse intrattenersi piacevolmente con la giovane. Altri
incontri seguirono a questo. A lei, Weland, fece dono di un coltello gobbo, con
il manico intagliato nell’ulivo. Sul manico una piccola scena di caccia, con un
segugio che puntava la selvaggina. Il marito della donna, notò il coltello
nella dispensa ma non si fece molte domande. Dopo qualche mese la donna rimase
incinta ma la cosa sembrò normale dato che, a quei tempi, le famiglie erano
numerose. Un sospetto velato colse l’uomo quando guardò il neonato per la prima
volta: capelli rossi e occhi azzurri. Molto
strano per una famiglia di contadini dai capelli neri come il carbone. Weland
non si fermò alla moglie del contadino. Iniziò ad intrecciare relazioni
clandestine con molte donne del paese e delle contrade. Ad ogni donna, il
fabbro regalava un coltello finemente intagliato, come pegno del suo amore e a
ogni donna lasciava il ricordo tangibile di un figlio illegittimo, un bimbo o
una bimba, dai capelli rossi e dagli occhi celesti. I mariti delle fedifraghe,
distratti dalle incombenze nei pascoli o nei campi, i quali trovavano nel vino,
l’unico momento di conforto alle loro fatiche, non avevano particolari motivi
di diffidare delle consorti. Con gli anni una piccola comunità di ragazzini dai
capelli rossi gironzolava per il paese. Weland era cosciente di ciò che aveva
combinato, ma continuava imperterrito nella sua attività di seduttore. Le cose
filarono lisce fino ad una fatidica fiera delle pecore, che si teneva in estate
presso Campo Imperatore. Alcuni pastori di Loreto e dei paesi vicini avevano
fatto salire le loro greggi, passando da Forca di Penne. Portavano anche i
figlioli per insegnar loro il mestiere della pastorizia. Fu quando le pecore si
furono radunato in gran numero sulla piana che i convenuti, arrivata sera, si
riunirono davanti ai fuochi per mangiare, bere e concludere le compravendite
del bestiame. Ogni pastore aveva accanto a se i propri figli. Giunta l’ora del
pasto, gli uomini estrassero dalle sacche i formaggi di loro produzione per
condividerli e avere dei pareri dagli altri circa la qualità degli erbaggi.
Alla luce del grande falò, quattro pastori si avvicinarono tra loro per
scambiarsi pezzi di pecorino. Tesero le mani nelle quali avevano i coltelli e
sulla punta della lama il proprio formaggio. Stranamente i coltelli sembravano
avere la stessa forma, la stessa lavorazione. All’inizio i pastori risero per
la coincidenza. Antò di Penne esclamò: “ Mimmuccio, chi te lo ha fatto questo
gobbo? E’ tale e quale al mio!” “ Lo avevo a casa nella dispensa, lo trovai
qualche anno fa, me lo ricordo perché mia moglie era incinta di Roccuccio il
mio secondogenito” A quelle parole, il figlio di Mimmo si alzò. Antò rimase
allibito. Non era possibile: il ragazzo aveva capelli rossi e occhi azzurri,
proprio come il suo Aligi che ora era seduto vicino al fuoco. Provò un brivido,
quando realizzò che, in effetti, anche lui non si ricordava bene di come fosse
capitato il suo coltello in casa. Una cosa la ricordava: lo aveva trovato
nell’armadio della camera quando la moglie era incinta di Aligi. Guardarono gli
altri due pastori i quali, erano rimasti impietriti ed ora si stavano girando
verso i loro figli, due agili ragazzetti dai capelli rossi e dagli occhi
celesti. Non dissero nulla. Sapevano benissimo che l’unico in grado di forgiare
simili coltelli, in zona, avrebbe potuto essere solo Weland. Quella sera, i
loro cuori si chiusero nella tenebra del tradimento subito. Mimmo era percorso
da un fremito di rabbia che gli saliva dalla gola e gli rendeva la fiamma di
quel fuoco insopportabile. Girò tra i commensali, osservando le mani di tutti
coloro che avevano coltelli simili al suo. Ne scoprì altri due. Loro non
avevano figli da iniziare al mestiere di pastori. La loro prole era composta di
femmine che ora si trovavano giù in paese. Con la scusa di voler comprare delle
pecore, fissò loro un appuntamento per parlare di affari, una volta tornati giù
a valle. Una volta a casa, nessuno degli uomini mostrò alle proprie mogli di
aver scoperto il loro adulterio. Tuttavia, nel loro sangue di pastori scorreva
ormai il fiume dell’odio. Iniziarono a mostrare disaffezione per quei giovani
figli che pur avevano creduto fossero carne della loro carne. Antò venne a
Loreto, recandosi da Weland perché gli forgiasse dei forconi per il fieno. Lo
guardò, mentre contrattava sul prezzo. Scrutava il colorito dei suoi lunghi
capelli, le linee del volto, la chiarezza profonda degli occhi, cercando di
negare una qualsiasi coincidenza su quanto accaduto nei giorni della fiera. La
figura giovane era innegabilmente simile a quella del suo Aligi: stesse spalle,
stessi zigomi. Gli sembrò di impazzire. Dopo alcuni giorni si riunirono per
concertare la vendetta. Decisero di lasciar passare qualche mese e di consumare
il delitto in un luogo dove potesse essere difficile accusarli di un crimine
efferato. Weland aveva da qualche tempo, preso a girare tra feste, e mercati,
per vendere i suoi coltelli e affilare
lame ma soprattutto, per consumare tresche amorose, lontano dal paese natio
ormai terra bruciata. In inverno si spostava verso la costa spesso e
volentieri, rimanendo fuori alcuni giorni con il suo carro. Mimmo studiò
attentamente gli itinerari del fabbro, per scegliere un paese nel quale non
avrebbero potuto riconoscere lui e i suoi complici. Non era stato freddo quel
gennaio. Weland aveva fatto mercato a Pescara e ora si dirigeva ad Ortona, in
occasione della festa di San Sebastiano. Il carretto cigolava lentamente lungo
la salita della Fonte Peticcio, una
strada che portava fino zona nord della cittadina, chiamata dagli abitanti lu’ frecavende. Il vecchio cimitero era
posizionato proprio in quel punto, una sorta di affaccio panoramico sul mare.
Weland rise cinicamente nel vedere le cappelle mortuarie e le lapidi
posizionate come se i defunti avessero potuto godere della splendida vista. Non
notò subito la donna seduta sul ciglio della strada. Quando si accorse di lei,
la donna alzò lo sguardo. Era vestita di nero, con uno scialle che le copriva
il capo. Dalla stoffa nera uscivano boccoli rossi, di un colore intenso e
brillante sotto la luce del grigio sole invernale. Il giovane fabbro rimase di
ghiaccio quando i suoi occhi sprofondarono in quelli della sconosciuta,
anch’essi di un azzurro profondo ed inquietante. “Non avreste per caso un po’
d’acqua?”. La donna pareva essere molto affaticata. Weland le porse il fiasco
che penzolava dal carro. “Sono venuta per la festa, perché mi hanno detto che
accadrà una cosa terribile”. Il giovane la guardò come se si trattasse di una
pazza “Siete sicuro di andare?” La viandante prese la mano del fabbro, fissando
il suo volto, quasi lo supplicasse ma egli ritrasse subito la mano
allontanandosi con il suo carro. Rimase colpito da quelle parole. Dopo poco
metri si girò quasi volesse chiedere qualcosa a quella sconosciuta. Sul ciglio
della strada non c’era più nessuno. Weland rimase colpito da quell’incontro ma
la folla dei pellegrini accorsi in città per la festa lo rigettarono nel lavoro
e negli affari. Anche i pastori erano arrivati in città e facevano di tutto per
non essere notati, avendo indossato vestiti da contadini, dopo un bagno decente
ed una rasatura approssimativa. Decisero di dividersi, per non dare
nell’occhio, dandosi appuntamento a Porta
Caldari con la promessa di studiare tutti i movimenti di Weland. Scese la
sera e tutti i pellegrini iniziarono ad ammucchiarsi nella piazza antistante
alla basilica di San Tommaso per il rito dei fuochi d’artificio in onore di San
Sebastiano martire. Il fabbro era in mezzo alla folla, al seguito di una
fanciulla di cui era divenuto cavaliere per una sera. I fuochi pirotecnici
iniziarono. I pastori, i quali si erano posizionati ai lati della piazza,
aspettavano un cenno di Antò per dar luogo al delitto. Weland stretto tra la
gente, teneva per mano la fanciulla, Entrambi osservavano attoniti il crescendo
dei fuochi colorati e dei boati di meraviglia della folla. All’acme delle
esplosioni, un uomo grido tra la folla: “Al fuco, al fuoco! La casa va a
fuoco!”. Scoppiò il panico. La folla impaurita spingeva, tentando di fuggire
dalla piazza, mentre i fuochi continuavano senza sosta. Fu allora che i pastori
si a tuffarono nella calca. Nel trambusto generale, Walden non si accorse di
forti braccia che lo prendevano e lo portavano fuori dal mucchio di persone
urlanti. Tutto terminò in pochi minuti. Nella piazza non c’era più nessuno. Al
mattino, l’urlo di una lavandaia che scendeva alla Font’a mare per lavare lenzuola, svelò il corpo di un uomo
penzolante sulla torre del Castello. Quando staccarono Weland dalla corda, sul
suo corpo trovarono conficcati sei coltelli da pastore, con il manico finemente
intagliato nell’ulivo.
Brano "Loving you" (Acoustic version) - Jonathan Wilson
martedì 26 febbraio 2019
Mio cugino e le tette
Non ho un ricordo esatto della prima
volta nella quale vinsi. Ero uno spermatozoo allora e diversi fattori
contribuirono all’esito favorevole della prima competizione: angolazione,
velocità, posizione iniziale, spirito d’iniziativa, caparbietà, impegno.
Entrare dentro un ovulo non deve essere stato facile e la bravura nell’aver
portato a termine questa operazione prima di altri ( a meno che non si abbiano
gemelli), potrebbe illuderci, sin dall’inizio, delle nostre capacità. La
delusione divenne cocente quando compresi che, quelle doti da campione, erano
andate perdute dopo il parto, insieme al liquido amniotico. L’impatto con la
mia capacità di rinunciare alla lotta e farsi sconfiggere, avvenne durante l’allattamento:
mia zia ebbe mio cugino qualche giorno prima della nascita, ma non possedeva
latte a sufficienza per allattarlo al seno. Chiese così a mia madre di
integrare quei miseri pasti, tramite una delle sue tette. A sentire il racconto
di mia madre, il cuginetto non sembrava alquanto smunto anzi, era un pezzo di
pupone con le guance simili a quei quadri olandesi raffiguranti bettole, nelle
quali, panciuti cocchieri, affondano le gote a forma di palla dentro boccali di
birra schiumosa. Così fece il mio cugino, si attaccò alla tetta di mia madre
come una sanguetta e tirò talmente forte da prosciugare anche l’altra alla
quale avrei dovuto attaccarmi io. Mi raccontano gli avi, della mia faccia
interdetta quando, nell’atto della suzione , non trovai nulla da bere. Con il
latte materno arrivano anche gli anticorpi. Penso di aver attento quelli che
fanno amare la sconfitta. Amai anche gli sconfitti. Da subito. La mia
fidanzatina all’asilo, fu una bambina down: Armanda. La difendevo dai figli di
papà i quali l’avevano presa subito di mira, aiutati, in questo compito, dalle
suore. Avevo un istinto nel parteggiare per gli sfigati. A me, quelli vincenti,
già stavano sui coglioni. Ero un abruzzese a Milano e per giunta alle scuole
primarie. Partivamo sconfitti da subito io, due sardi ed un pugliese. Facemmo subito comunella quasi il nostro
essere meridionali fosse un’isola nel mare tempestoso di questi bimbi
biondicci, segaligni, con le faccette tirate a forza di respirare smog, tutti
nelle loro case comprate e noi a pagare l’affitto, a non poter fare l’arrosto
sul balcone perché arrivavano i pompieri. MI veniva in aiuto, ogni tanto mio
nonno che si faceva un giorno di treno per venirci a trovare da L’Aquila,
portando con sè una grossa valigia di finta pelle nella quale erano riposte
file di salsicce, formaggi, pane di San Gregorio, carne equina, sottolii.
Mentre i miei compagni baùscia si facevano cuocere la cotoletta con il burro e
mangiavano la michetta io vivevo le mie notti da sogno, negli effluvi di questi
salumi appesi ad una corda a prendere aria nella mia stanza. La sconfitta si
annidava feroce nella pavida ritirata che avrebbe coinvolto la mia famiglia,
lungo la strada verso il sud nuovamente. Non eravamo adatti. Non comprendemmo
che, resistere ancor per qualche anno, ci avrebbe catapultati nella Milano da
bere e avremmo avuto fama e successo. Tornammo giù, rinunciando alla definitiva
purificazione dalla voglia di fegatazzo. Se fossi rimasto ancora, avrei sicuramente
iniziato ad amare anch’io la cotoletta nel soffritto di burro, sarei diventato
un impiegato con l’abbonamento alla metro o forse, mi sarei perso nell’eroina
al Parco Lambro. Avrei vinto, se fossi sceso solo per fare le vacanze estive,
ogni anno, con l’accento milanese che fa tanto sangue alle ragazzine delle
nostre parti. Avrei potuto diventare un
manager maturo con i “cuggini” al paese ad aspettarmi per la festa quando si
comprano le noccioline che fa tanto film di Monicelli.
Alla fine dei miei
giorni sarei tornato veramente giù, per godermi la pensione, in uno di quei
palazzoni mediocri con vista mare e le piastrelle di finto parquet, a fare la
spesa al mercato coperto e a dire a tutti “vuoi mettere quanta più scelta c’è
nei mercati di Milano?” Sì, sarei stato un perfetto vecchio di merda, emigrato,
rompicoglioni, pieno di astio verso i miei ex consanguinei terroni, pentito di
aver comprato l’appartamentino sul litorale. Scendemmo, portando le
suppellettili con il vecchio lupetto grigio topo di zio, un camion con la
marcia che grattava, il volante a destra
e il motore al fianco del guidatore. Compresi un’altra importante sconfitta
quando, entrai nella vecchia scuola di paese, provenendo dalla moderna scuola
di ispirazione steineriana che avevo frequentato fino a quel momento al nord:
grembiule nero, fiocco, in fila per due al bagno e punizioni corporali in puro
stile sergente Hartman. Il nostro maestro ci obbligava a memorizzare funeste
poesie dove cuori immacolati di Maria sanguinavano per il sacrifizio di piccole
vedette lombarde e l’onore dei carabinieri a cavallo era immutabile come un
assioma di Tolomeo. Rinunciai al pensiero critico nel nome di una pace tra
compagni di scuola che preferivano passare le giornate a pescare capitoni sul
molo martello. Ritornai un terrone puro, rifuggendo il pensiero di una
metropolitana o una coscia di pollo gommosa nel fast food dello zio Tom in
Corso Buenos Aires. Ci cafonizzammo con vendemmie, mungitura di pecore e concia
del tabacco. Mi illudevo di avere metabolizzato la rinuncia all’Eden padano, in
questo limbo agreste dove tutti eravamo di nuovo felici perché eravamo tutti
sconfitti un po’ come quando tutti mangiano l’aglio e nessuno sente l’odore
cattivo dell’alito altrui. In questa narcosi ho vissuto fino all’altro ieri
quando, parlando con le mie figlie, ho capito che loro in questa pianura dei
mangiatori di loto, non ci vogliono stare. Ho augurato loro tanti settentrioni
dove la vittoria è densa come la nebbia.
giovedì 14 febbraio 2019
Il freddo
Il colore del freddo è il
grigio. Qui, chiuso nella stanza, sento scorrere sulla pelle tutte le gradazioni dell’aria immobile. Il freddo che
percepiamo in un luogo aperto , è dinamico e come tale assume anche dei
connotati piacevoli perché ci costringe a reazioni per contrastarlo. Il nostro
corpo si riscalda con il movimento e
siamo consapevoli della nostra vitalità
proprio perché l’aria punge il nostro viso, stringe le nostre mani e rende doloranti
i nostri piedi. Al chiuso no. Il freddo vince. Non riusciamo a tenergli testa.
Quasi fosse l’occhio di un fotografo, il freddo rende nitidi tutti i
particolari dell’ambiente nel quale siamo immersi. Ogni oggetto assume una sua
importanza definitiva, alla quale non
avevamo mai dato attenzione. L’assoluta staticità delle piccole nature morte
che ci circondano, rendono vano ogni
nostro atto per contrastare lo stato nel quale versiamo, tremanti, intorpiditi.
E’ qui che il grigio del freddo concentra tutte le sue energie. Se rimaniamo
fermi, sprofondiamo in una sorta di apatia nella quale veniamo sommersi
dall'odore penetrante dell’ambiente. Anche il profumo assume un connotato di
oscenità, quasi che tutto ciò di nascosto sotto di esso, volesse riemergere a
sancire l’inutilità delle pratiche igieniche. Convivo con il freddo, lo amo
quando lo devo combattere, lo subisco come un tiranno quando non posso fare
nulla per fermarlo.
La prima immagine che ricordo è quella di una casa nuova,
dove l’impianto di riscaldamento si ruppe sin da subito. Si riusciva ad avere
il gas solo per cucinare e l’igiene personale veniva curata tramite bagni
settimanali, effettuati scaldando enormi pentoloni di acqua sul fornello della
cucina. A quei tempi ero figlio unico ed avevo la fortuna di avere il muro
della mia camera, dove poggiava il letto, in corrispondenza del camino della
sala. Mia madre ha sempre avuto cura di quel camino, nonostante molti
condomini, considerando il focolare come elemento che facesse trasparire
un’origine contadina della quale vergognarsi, avessero già utilizzato i loro
camini come contenitori di addobbi floreali o portaoggetti. Mamma mi mandava
dal carbonaio, dietro Piazza San Francesco, a comprare la sansa. Andavo con il
carrellino della spesa e trovavo quest’uomo in questa vecchia rimessa, un tempo
stalla e fondaco, con le mani in tasca, davanti ad un mucchio enorme di carbone
ed alcuni bancali carichi di pacchi di sansa, avvolti in carta marrone. Non si
muoveva. MI guardava svogliatamente e faceva compiere tutte le operazioni di
carico della merce a me, nonostante fossi un ragazzino, tenendo sempre le mani
in tasca. L’unica cosa che si sforzava di fare era quella di pesare quanto
avevo caricato e dirmi l’importo. Presi i soldi, non salutava e si rimetteva
con le mani in tasca, davanti a questo mucchio di carbone, illuminato. dalla
fioca luce di una lampadina. Mi chiedevo spesso cosa potesse fare, aspettando
la sua clientela. Non c’erano televisori, radio o libri, in quell’ampio
fondaco. Non potevo concepire come riuscisse a rimanere immobile, per ore, a
fissare quel mucchio di carbone che assorbiva tutta la poca luce di quel
fondaco tetro. Lo capii qualche tempo dopo, ripensandoci. Era il freddo.
Nonostante avesse a disposizione materiale combustibile, quell’uomo rimaneva
lì, al freddo ed il freddo aveva vinto. Dapprima gli aveva spento la forza
nelle braccia, poi aveva spento il suo sguardo. Quell’uomo subiva il freddo .
Non lo uccideva ma lo teneva prigioniero, per sempre. A nulla sarebbero servite
estati calde per rimanere come una lucertola al sole, primavere gentili ad aprire
profumi dal vicolo. Il freddo lo avrebbe accompagnato fino alla tomba. Tuttavia
il camino che scaldava la mia stanza attraverso il muro , non riusciva a farlo
in modo sufficiente da permettermi di studiare con serenità. Rimanendo seduto
con i libri in mano, le membra si addormentavano e dovevo interrompere le
letture dei libri di testo. Trovai una soluzione appoggiando un vecchio phon
per terra, direzionato verso l’alto. Con il passare degli anni le cose
migliorarono e la venuta dei nuovi vicini contribuì ad alzare la temperatura
media degli appartamenti confinanti. Acquistammo una nuova caldaia e
interrompemmo la pratica dei pentoloni. Tuttavia, quando sei abituato al
freddo, il grigio rimane dentro quasi un pezzo di ghiaccio si nascondesse nel
tuo animo, per riuscire a congelarti, al momento opportuno. Il secondo viaggio
al centro del freddo lo feci a L’Aquila. Dentro la stanzetta del palazzo
ottocentesco in via XX Settembre, non c’erano termosifoni. Potevo vedere il
vapore del mio alito mentre tentavo di stare chino sul tavolo da disegno, fino
a notte inoltrata. Non c’erano rimedi. Il freddo a L’Aquila non mente. Te lo
ritrovi addosso, come una crosta e più giù in profondità dove è difficile
scovarlo. Provi di tutto ma se stai al chiuso, il freddo sarà il tuo compagno,
nonostante un sole nitido e arancione ti sbatta contro i vetri delle vecchie
finestre di legno. Hai un solo mezzo:
comprare del pessimo vino per stordirti. Ma il freddo rimane. Sei tu ad
ingannare te stesso. Provi ad uscire perché solo così puoi affrontare il nemico
faccia a faccia. Ti rifugi in una fritteria dove continui a bere ed i tuoi
abiti si impregnano di olio e strutto tanto che li devi lasciare fuori
un’intera notte per avere un aspetto decente la mattina dopo. Il freddo ti
aspetta, a casa, da solo, davanti ad un esame che non potrai sostenere, davanti
allo specchio dove osservi un ragazzo, che non dovrebbe stare in quel posto,
perché il suo posto è altrove. Il freddo nelle stanze vecchie, è ambiguo,
odioso, volgare. Ogni oggetto che tocchi scotta perché la tua mano è dolorante,
insensibile, senza grazia. La tua mano si ingiallisce perché il sangue si
rifiuta di uscire allo scoperto ed i nervi rimangono lì a gridare tutta la loro
rabbia. Provi a mettere due paia di calze ma la linea del cuore si interrompe
alle caviglie e le scarpe diventano un sarcofago. Amo gli scrittori russi con
il freddo. Sarà una questione di empatia ma riesco a comprendere in quali
condizioni possano aver scritto i loro romanzi. Immagino Salamov, solo in una
stanza misera, abbandonato da tutti, odiato dallo Stato, scrivere il suo
capolavoro del freddo, battendo sulla macchina da scrivere, con uno sciarpone
intorno al collo, i guanti con le dita tagliate ed un capotto liso. Immagino
Turgenev con un braciere che riscalda la stanza ed una tazza di tè sulla
scrivania. Immagino Bulgakov. Ho letto di Eduard Limonov ultimamente. La sua
biografia è stata scritta da un francese ed infatti si nota la totale assenza
del freddo. Ma il freddo è necessario perché porta allo scoperto quello che
abbiamo nascosto dentro di noi. L’altra sera penso di essermi scoperto. Per uno
come me, abituato ormai a dormire con il berretto in testa e la borsa
dell’acqua calda, in una stanza che non ha eccessiva escursione termica
rispetto all’aperto, è stata una esperienza dura. Mi ero reso di conto di non
essere più sotto le lenzuola ma avevo fermato la mia voglia di agire nel sogno
che stavo facendo. Le spalle erano inchiodate nel mio cuscino ormai vecchio e
schiacciato. Sapevo di poter fare qualcosa per coprirmi di nuovo ma la visione
mi chiamava ad altro. Nel sogno, mi trovavo di nuovo a cavallo della mia
vecchia moto che avevo restaurato e viaggiavo lungo la costa. Ad un certo
punto, qualcuno mi ha dato appuntamento presso l’edificio presso il faro della
mia città. In questa stanza enorme, vi era una finestra che si affacciava sulla
spiaggia di ghiaia e scogli dove, anticamente era situato il porto. Il tizio
che mi aveva dato appuntamento era seduto dietro una scrivania a fianco della
finestra, doveva essere un personaggio famoso ma ho dimenticato il suo volto
poco dopo essermi svegliato, nonostante mi fossi ripromesso di prendere appunti
subito. Alla mia destra una libreria fornita, dalla quale ho tratto un libro il
cui autore era lo stesso ospite. Neanche di questo ricordo il titolo. Una volta
uscito da questa stanza, ho notato che qualcuno mi aveva sottratto la ruota
anteriore della moto, sostituendola con quella di una carriola. Sono stato
costretto a tornare a casa in quelle condizioni. Mi sono svegliato nella stanza
ghiacciata. La testa indolenzita dall’aria gelida. Era stato il freddo a
produrre lo strano sogno, in una sorta di limbo nel quale si riesca a scegliere
i pezzi di una storia fantastica da assemblare, la quale si dissolverà, la
mattina dopo, con il vapore di una doccia bollente, sotto la quale tornare a
vivere.
martedì 29 gennaio 2019
La stessa età
La mia compagna di vita, oggi, ha la
stessa età di mio padre nell'anno in cui tutto accadde. Mi ricordo come mi comportai, come
tutti ci comportammo con lui e come, adesso, mi potrei sentire se facessi una
cosa del genere ad un suo coetaneo. Un individuo che avrebbe potuto avere gli
stessi progetti della mia compagna, lo stesso attaccamento alla vita, alla
possibilità di tentare nonostante tutto, alla caparbietà di rialzarsi dopo una
sconfitta. Noi , invece, procedemmo, in poco tempo, allo smantellamento di un
padre, di un marito, di un uomo, di un essere che aveva fallito il suo compito
ed ora poteva essere messo in un angolo, a terminare i suoi giorni senza far
nulla, in attesa della fine. A cinquantacinque anni. Chiudemmo, in pochi giorni
il suo ufficio, durante quel settembre. Lui guardava, non alzava un dito. Dopo
il secondo giorno si andò a sedere davanti al bar, come la cosa non lo
riguardasse più. Ero furioso con lui, lo ritenevo un irresponsabile ma non mi
rendevo conto di continuare ad affossare un uomo che non aveva alternative e
per il quale io non speravo alternative. Nonostante avesse colpe gravi verso
tutti noi, non mi rendevo conto del suo sguardo carico di tristezza, nei suoi
occhi su di me, il figlio dal quale aspettava una parola di conforto, di
speranza. Non avrebbe alzato la mano contro il mio astioso darmi da fare, nel
mettere a posto fascicoli, accatastare sedie, affannarmi a cercare magazzini
momentanei, nei quali ammucchiare tavoli, poltrone, scaffali, vecchi rotoli di
disegni. Mia madre, rigida, silenziosa, mio fratello efficiente, un ragazzo per
il quale mio padre mostrava un affetto non ricambiato. Si rivolgeva allora a me, nella speranza di
trovare un appiglio per non lasciarsi andare. Io lo negai, quasi avessi a che
fare con un criminale di guerra per il quale non mostrare alcuna pietà. Cercò
conforto negli estranei, quegli amici che aveva coltivato in quei vent’anni di
attività lavorativa in paese. Tutti gli stavano morendo intorno. Il vecchio
falegname era già morto per un tumore alla gola, un altro era andato via, nel
silenzio della solitudine, l’ultimo a morire fu un vecchio collega geometra con
il quale aveva condiviso tante giornate lente d’estate. Decise di morire anche
lui. Da bravo tecnico come era sempre stato, pianificò la sua fine, come in un
elenco delle opere da eseguire. Coltivò il suo tumore per otto anni, in
silenzio, consumandosi davanti a qualche tramonto sulla Majella lontana,
appoggiato ad un paracarro della strada principale. Lo vedevo da lontano, con
lo sguardo fisso verso il rosso del tramonto, perdersi sopra qualche crinale
distante, mentre il fumo della sua sigaretta veniva allontanato dal vento.
Sembrava uno di quei pastori chini ad aspettare la fine delle giornate, senza
tempo, su per le rocce di un pascolo, mentre le greggi scorrono lente davanti,
fermi, in un punto della mente o della memoria, ad immaginare un esito diverso
della loro storia, cercando di eliminare i dolori almeno fino alla notte,
quando i pensieri ti fanno rivoltare sul cuscino. Mio padre iniziò a morire che
aveva cinquantacinque anni.venerdì 14 settembre 2018
Le foglie del faggio
Detestavo l'autunno. Ora attendo le mattine umide
quasi che la rugiada sulle scarpe, portando il cane a spasso nell’uliveto, mi
riportasse alla realtà della nuova giornata. Odiavo le giornate che
accorciavano inesorabilmente il loro percorso. Detestavo la bruma come la colpevole
dei colori grigi, delle foschie sul mare. Ho capito che la bella stagione è un
retaggio della tenera età, della costruzione delle cose, dei sogni che non
finiscono. Da qualche anno, provo un crescente trasporto per le albe. Sarà che,
abitando ad Oriente, possiamo godere del sorgere del sole, camminando lungo la
spiaggia. Eppure ho trovato qualcosa di tragicamente effimero nella bellezza di
un nuovo giorno. E’ come gustare un frutto dolcissimo ma dal sapore corto.
Rimanere lì, a puntare il sole, mentre i colori delle nubi notturne, sul mare,
esplodono con i primi raggi. Tutto dura cinque minuti, nei quali non pensi a
quello che ti porterà il nuovo dì ma sei conscio che quella sarà l’anestesia
momentanea dal pensiero seguente. Ho iniziato a godere dell’autunno,
percorrendo in bici, da settembre a dicembre inoltrato, la strada da
Roccamontepiano a Mamma Rosa. Dalle querce sui colli, fino alle faggete, tutto
cambia lentamente, nei colori, lentamente. Allora ti accorgi di quanto, un mese
come novembre, possa accendere le foglie di un albero come fosse in procinto di
prendere fuoco. L’estate è sguaiata, plateale, palesa ogni sua manifestazione,
non ti permette di immaginare, di avere dubbi. Per questo motivo, smetto di
nuotare in mare a giugno e riprendo a settembre, quando l’acqua inizia a farsi
più fredda e sento i brividi dietro la schiena e così fino ad ottobre
inoltrato, quando le mani ed i piedi si indolenziscono. E’ una sensazione
vitale, diretta. Il freddo ti legge nelle ossa. Non puoi mentire al freddo. Non
mi nego agli autunni che avanzano, si accavallano, stratificano come i cerchi
del tronco di un albero sulla mia pelle. Detestavo l’autunno, ora è la stagione
nella quale sembro veramente io.
Colonna sonora:
Tim Buckley - Dolphins
The Byrds - It's all over now, baby blue
Xtc - Making plans for Nigel
Roxy Music - My only love
Pete Townshend - I'm an animal
Iron Maiden - Running free
Lucio Dalla- Telefona tra vent'anni
Quincy Jones - I no corrida
Colonna sonora:
Tim Buckley - Dolphins
The Byrds - It's all over now, baby blue
Xtc - Making plans for Nigel
Roxy Music - My only love
Pete Townshend - I'm an animal
Iron Maiden - Running free
Lucio Dalla- Telefona tra vent'anni
Quincy Jones - I no corrida
sabato 8 settembre 2018
I muscoli di Achab
Ho cinquant’anni. Dovrei essere
vecchio, ricordando come apparisse mio padre alla mia età. Nonostante l’apparenza,
ho sempre esaminato il mio volto, il mio corpo, ogni mattina, per vedere e
registrare nella memoria, piccoli e grandi cambiamenti. Le variazioni si notano
nel lungo solo quando, un bel giorno, qualcosa di te è cambiato drasticamente,
all’improvviso, da un giorno all’altro. Inizi con le gengive che si tirano,
mostrando leggermente la radice dei denti. Qualcosa che ti ricorda le sembianze
che avrai, quando sarai posto ordinatamente nell’ossario. La ruga a destra si
accentua. Non è la ruga di espressione ma una marcata abitudine al sentimento
dell’amarezza. Amarezza. Negli anni ho
imparato a convivere con questo stato d’animo. All’inizio ho dato colpa agli
altri, in una sorta di gioco al vittimismo che spesso ha contraddistinto la
cerchia familiare. Ho provato a
ragionare spesso sul fatto che, alcuni atteggiamenti degli altri, derivassero
dalla maniera nella quale mi ponevo. Il risultato è stato illuminante. Credevo
che i miei interlocutori avessero la mia stessa sensibilità e comprendessero le
mie esigenze, i miei desideri, le mie scelte, i miei limiti, le mie
manchevolezze. Erravo nell’errore. L’unico
modo è comprendere il prossimo, almeno nella parte della sua vita della quale
vuole farti partecipe. Cosa possiamo pretendere di conoscere degli altri? Cosa ne
sappiamo di loro veramente? Così, per
pigrizia, per impotenza, ci chiudiamo nel nostro mondo fatto di azioni che riteniamo
giuste al momento adatto, di pensieri pensati per gli altri. Quando scopriamo
che le nostre convinzioni sulle persone, si sgretolano contro il muro delle
loro realtà, dentro noi prevale l’amarezza. Questa sensazione che ci incolla la bocca,
come una medicina indesiderata ma inevitabile, arriva fino al petto. Il respiro
si stringe fino a tapparci le orecchie. L’amarezza, è un animale che
appesantisce le spalle, si nutre aggrappato alla nostra nuca e cresce
curvandoci le spalle. Avrei voluto festeggiare il traguardo simbolico del mezzo
secolo in altro modo, guardando ai giorni passati, con la soddisfazione di chi
ha costruito un percorso di serenità per sé e per i suoi cari. Mi sento come il
capitano di una nave, nel mezzo di un oceano dall’onda variabile, il quale
tiene stretto il suo timone tra le mani sempre più dolenti. Non so quando fino
a quando la mia presa sarà sicura.Colonna sonora:
David Sylvian - Black water
Chet Faker - Talk is cheap
William Fitzsimmons - I kissed a girl
Joni Mitchell- Woodstock
Benjamin Biolay - Miss Miss
Frank Ocean - Pink + white
The Young fathers - I heard
Nick Cave & the Bad seeds - Hang on to yourself
Bjork - All neon like
David Gray - This year's love
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