martedì 26 febbraio 2019

Mio cugino e le tette


Non ho un ricordo esatto della prima volta nella quale vinsi. Ero uno spermatozoo allora e diversi fattori contribuirono all’esito favorevole della prima competizione: angolazione, velocità, posizione iniziale, spirito d’iniziativa, caparbietà, impegno. Entrare dentro un ovulo non deve essere stato facile e la bravura nell’aver portato a termine questa operazione prima di altri ( a meno che non si abbiano gemelli), potrebbe illuderci, sin dall’inizio, delle nostre capacità. La delusione divenne cocente quando compresi che, quelle doti da campione, erano andate perdute dopo il parto, insieme al liquido amniotico. L’impatto con la mia capacità di rinunciare alla lotta e farsi sconfiggere, avvenne durante l’allattamento: mia zia ebbe mio cugino qualche giorno prima della nascita, ma non possedeva latte a sufficienza per allattarlo al seno. Chiese così a mia madre di integrare quei miseri pasti, tramite una delle sue tette. A sentire il racconto di mia madre, il cuginetto non sembrava alquanto smunto anzi, era un pezzo di pupone con le guance simili a quei quadri olandesi raffiguranti bettole, nelle quali, panciuti cocchieri, affondano le gote a forma di palla dentro boccali di birra schiumosa. Così fece il mio cugino, si attaccò alla tetta di mia madre come una sanguetta e tirò talmente forte da prosciugare anche l’altra alla quale avrei dovuto attaccarmi io. Mi raccontano gli avi, della mia faccia interdetta quando, nell’atto della suzione , non trovai nulla da bere. Con il latte materno arrivano anche gli anticorpi. Penso di aver attento quelli che fanno amare la sconfitta. Amai anche gli sconfitti. Da subito. La mia fidanzatina all’asilo, fu una bambina down: Armanda. La difendevo dai figli di papà i quali l’avevano presa subito di mira, aiutati, in questo compito, dalle suore. Avevo un istinto nel parteggiare per gli sfigati. A me, quelli vincenti, già stavano sui coglioni. Ero un abruzzese a Milano e per giunta alle scuole primarie. Partivamo sconfitti da subito io, due sardi ed un pugliese.  Facemmo subito comunella quasi il nostro essere meridionali fosse un’isola nel mare tempestoso di questi bimbi biondicci, segaligni, con le faccette tirate a forza di respirare smog, tutti nelle loro case comprate e noi a pagare l’affitto, a non poter fare l’arrosto sul balcone perché arrivavano i pompieri. MI veniva in aiuto, ogni tanto mio nonno che si faceva un giorno di treno per venirci a trovare da L’Aquila, portando con sè una grossa valigia di finta pelle nella quale erano riposte file di salsicce, formaggi, pane di San Gregorio, carne equina, sottolii. Mentre i miei compagni baùscia si facevano cuocere la cotoletta con il burro e mangiavano la michetta io vivevo le mie notti da sogno, negli effluvi di questi salumi appesi ad una corda a prendere aria nella mia stanza. La sconfitta si annidava feroce nella pavida ritirata che avrebbe coinvolto la mia famiglia, lungo la strada verso il sud nuovamente. Non eravamo adatti. Non comprendemmo che, resistere ancor per qualche anno, ci avrebbe catapultati nella Milano da bere e avremmo avuto fama e successo. Tornammo giù, rinunciando alla definitiva purificazione dalla voglia di fegatazzo. Se fossi rimasto ancora, avrei sicuramente iniziato ad amare anch’io la cotoletta nel soffritto di burro, sarei diventato un impiegato con l’abbonamento alla metro o forse, mi sarei perso nell’eroina al Parco Lambro. Avrei vinto, se fossi sceso solo per fare le vacanze estive, ogni anno, con l’accento milanese che fa tanto sangue alle ragazzine delle nostre parti.  Avrei potuto diventare un manager maturo con i “cuggini” al paese ad aspettarmi per la festa quando si comprano le noccioline che fa tanto film di Monicelli. 
Alla fine dei miei giorni sarei tornato veramente giù, per godermi la pensione, in uno di quei palazzoni mediocri con vista mare e le piastrelle di finto parquet, a fare la spesa al mercato coperto e a dire a tutti “vuoi mettere quanta più scelta c’è nei mercati di Milano?” Sì, sarei stato un perfetto vecchio di merda, emigrato, rompicoglioni, pieno di astio verso i miei ex consanguinei terroni, pentito di aver comprato l’appartamentino sul litorale. Scendemmo, portando le suppellettili con il vecchio lupetto grigio topo di zio, un camion con la marcia che grattava, il  volante a destra e il motore al fianco del guidatore. Compresi un’altra importante sconfitta quando, entrai nella vecchia scuola di paese, provenendo dalla moderna scuola di ispirazione steineriana che avevo frequentato fino a quel momento al nord: grembiule nero, fiocco, in fila per due al bagno e punizioni corporali in puro stile sergente Hartman. Il nostro maestro ci obbligava a memorizzare funeste poesie dove cuori immacolati di Maria sanguinavano per il sacrifizio di piccole vedette lombarde e l’onore dei carabinieri a cavallo era immutabile come un assioma di Tolomeo. Rinunciai al pensiero critico nel nome di una pace tra compagni di scuola che preferivano passare le giornate a pescare capitoni sul molo martello. Ritornai un terrone puro, rifuggendo il pensiero di una metropolitana o una coscia di pollo gommosa nel fast food dello zio Tom in Corso Buenos Aires. Ci cafonizzammo con vendemmie, mungitura di pecore e concia del tabacco. Mi illudevo di avere metabolizzato la rinuncia all’Eden padano, in questo limbo agreste dove tutti eravamo di nuovo felici perché eravamo tutti sconfitti un po’ come quando tutti mangiano l’aglio e nessuno sente l’odore cattivo dell’alito altrui. In questa narcosi ho vissuto fino all’altro ieri quando, parlando con le mie figlie, ho capito che loro in questa pianura dei mangiatori di loto, non ci vogliono stare. Ho augurato loro tanti settentrioni dove la vittoria è densa come la nebbia.

giovedì 14 febbraio 2019

Il freddo



Il colore del freddo è il grigio. Qui, chiuso nella stanza,  sento scorrere sulla pelle tutte le gradazioni dell’aria immobile. Il freddo che percepiamo in un luogo aperto , è dinamico e come tale assume anche dei connotati piacevoli perché ci costringe a reazioni per contrastarlo. Il nostro corpo si riscalda con il movimento  e siamo consapevoli  della nostra vitalità proprio perché l’aria punge il nostro viso, stringe le nostre mani e rende doloranti i nostri piedi. Al chiuso no. Il freddo vince. Non riusciamo a tenergli testa. Quasi fosse l’occhio di un fotografo, il freddo rende nitidi tutti i particolari dell’ambiente nel quale siamo immersi. Ogni oggetto assume una sua importanza definitiva,  alla quale non avevamo mai dato attenzione. L’assoluta staticità delle piccole nature morte che ci circondano, rendono  vano ogni nostro atto per contrastare lo stato nel quale versiamo, tremanti, intorpiditi. E’ qui che il grigio del freddo concentra tutte le sue energie. Se rimaniamo fermi, sprofondiamo in una sorta di apatia nella quale veniamo sommersi dall'odore penetrante dell’ambiente. Anche il profumo assume un connotato di oscenità, quasi che tutto ciò di nascosto sotto di esso, volesse riemergere a sancire l’inutilità delle pratiche igieniche. Convivo con il freddo, lo amo quando lo devo combattere, lo subisco come un tiranno quando non posso fare nulla per fermarlo.
La prima immagine che ricordo è quella di una casa nuova, dove l’impianto di riscaldamento si ruppe sin da subito. Si riusciva ad avere il gas solo per cucinare e l’igiene personale veniva curata tramite bagni settimanali, effettuati scaldando enormi pentoloni di acqua sul fornello della cucina. A quei tempi ero figlio unico ed avevo la fortuna di avere il muro della mia camera, dove poggiava il letto, in corrispondenza del camino della sala. Mia madre ha sempre avuto cura di quel camino, nonostante molti condomini, considerando il focolare come elemento che facesse trasparire un’origine contadina della quale vergognarsi, avessero già utilizzato i loro camini come contenitori di addobbi floreali o portaoggetti. Mamma mi mandava dal carbonaio, dietro Piazza San Francesco, a comprare la sansa. Andavo con il carrellino della spesa e trovavo quest’uomo in questa vecchia rimessa, un tempo stalla e fondaco, con le mani in tasca, davanti ad un mucchio enorme di carbone ed alcuni bancali carichi di pacchi di sansa, avvolti in carta marrone. Non si muoveva. MI guardava svogliatamente e faceva compiere tutte le operazioni di carico della merce a me, nonostante fossi un ragazzino, tenendo sempre le mani in tasca. L’unica cosa che si sforzava di fare era quella di pesare quanto avevo caricato e dirmi l’importo. Presi i soldi, non salutava e si rimetteva con le mani in tasca, davanti a questo mucchio di carbone, illuminato. dalla fioca luce di una lampadina. Mi chiedevo spesso cosa potesse fare, aspettando la sua clientela. Non c’erano televisori, radio o libri, in quell’ampio fondaco. Non potevo concepire come riuscisse a rimanere immobile, per ore, a fissare quel mucchio di carbone che assorbiva tutta la poca luce di quel fondaco tetro. Lo capii qualche tempo dopo, ripensandoci. Era il freddo. Nonostante avesse a disposizione materiale combustibile, quell’uomo rimaneva lì, al freddo ed il freddo aveva vinto. Dapprima gli aveva spento la forza nelle braccia, poi aveva spento il suo sguardo. Quell’uomo subiva il freddo . Non lo uccideva ma lo teneva prigioniero, per sempre. A nulla sarebbero servite estati calde per rimanere come una lucertola al sole, primavere gentili ad aprire profumi dal vicolo. Il freddo lo avrebbe accompagnato fino alla tomba. Tuttavia il camino che scaldava la mia stanza attraverso il muro , non riusciva a farlo in modo sufficiente da permettermi di studiare con serenità. Rimanendo seduto con i libri in mano, le membra si addormentavano e dovevo interrompere le letture dei libri di testo. Trovai una soluzione appoggiando un vecchio phon per terra, direzionato verso l’alto. Con il passare degli anni le cose migliorarono e la venuta dei nuovi vicini contribuì ad alzare la temperatura media degli appartamenti confinanti. Acquistammo una nuova caldaia e interrompemmo la pratica dei pentoloni. Tuttavia, quando sei abituato al freddo, il grigio rimane dentro quasi un pezzo di ghiaccio si nascondesse nel tuo animo, per riuscire a congelarti, al momento opportuno. Il secondo viaggio al centro del freddo lo feci a L’Aquila. Dentro la stanzetta del palazzo ottocentesco in via XX Settembre, non c’erano termosifoni. Potevo vedere il vapore del mio alito mentre tentavo di stare chino sul tavolo da disegno, fino a notte inoltrata. Non c’erano rimedi. Il freddo a L’Aquila non mente. Te lo ritrovi addosso, come una crosta e più giù in profondità dove è difficile scovarlo. Provi di tutto ma se stai al chiuso, il freddo sarà il tuo compagno, nonostante un sole nitido e arancione ti sbatta contro i vetri delle vecchie finestre di legno.  Hai un solo mezzo: comprare del pessimo vino per stordirti. Ma il freddo rimane. Sei tu ad ingannare te stesso. Provi ad uscire perché solo così puoi affrontare il nemico faccia a faccia. Ti rifugi in una fritteria dove continui a bere ed i tuoi abiti si impregnano di olio e strutto tanto che li devi lasciare fuori un’intera notte per avere un aspetto decente la mattina dopo. Il freddo ti aspetta, a casa, da solo, davanti ad un esame che non potrai sostenere, davanti allo specchio dove osservi un ragazzo, che non dovrebbe stare in quel posto, perché il suo posto è altrove. Il freddo nelle stanze vecchie, è ambiguo, odioso, volgare. Ogni oggetto che tocchi scotta perché la tua mano è dolorante, insensibile, senza grazia. La tua mano si ingiallisce perché il sangue si rifiuta di uscire allo scoperto ed i nervi rimangono lì a gridare tutta la loro rabbia. Provi a mettere due paia di calze ma la linea del cuore si interrompe alle caviglie e le scarpe diventano un sarcofago. Amo gli scrittori russi con il freddo. Sarà una questione di empatia ma riesco a comprendere in quali condizioni possano aver scritto i loro romanzi. Immagino Salamov, solo in una stanza misera, abbandonato da tutti, odiato dallo Stato, scrivere il suo capolavoro del freddo, battendo sulla macchina da scrivere, con uno sciarpone intorno al collo, i guanti con le dita tagliate ed un capotto liso. Immagino Turgenev con un braciere che riscalda la stanza ed una tazza di tè sulla scrivania. Immagino Bulgakov. Ho letto di Eduard Limonov ultimamente. La sua biografia è stata scritta da un francese ed infatti si nota la totale assenza del freddo. Ma il freddo è necessario perché porta allo scoperto quello che abbiamo nascosto dentro di noi. L’altra sera penso di essermi scoperto. Per uno come me, abituato ormai a dormire con il berretto in testa e la borsa dell’acqua calda, in una stanza che non ha eccessiva escursione termica rispetto all’aperto, è stata una esperienza dura. Mi ero reso di conto di non essere più sotto le lenzuola ma avevo fermato la mia voglia di agire nel sogno che stavo facendo. Le spalle erano inchiodate nel mio cuscino ormai vecchio e schiacciato. Sapevo di poter fare qualcosa per coprirmi di nuovo ma la visione mi chiamava ad altro. Nel sogno, mi trovavo di nuovo a cavallo della mia vecchia moto che avevo restaurato e viaggiavo lungo la costa. Ad un certo punto, qualcuno mi ha dato appuntamento presso l’edificio presso il faro della mia città. In questa stanza enorme, vi era una finestra che si affacciava sulla spiaggia di ghiaia e scogli dove, anticamente era situato il porto. Il tizio che mi aveva dato appuntamento era seduto dietro una scrivania a fianco della finestra, doveva essere un personaggio famoso ma ho dimenticato il suo volto poco dopo essermi svegliato, nonostante mi fossi ripromesso di prendere appunti subito. Alla mia destra una libreria fornita, dalla quale ho tratto un libro il cui autore era lo stesso ospite. Neanche di questo ricordo il titolo. Una volta uscito da questa stanza, ho notato che qualcuno mi aveva sottratto la ruota anteriore della moto, sostituendola con quella di una carriola. Sono stato costretto a tornare a casa in quelle condizioni. Mi sono svegliato nella stanza ghiacciata. La testa indolenzita dall’aria gelida. Era stato il freddo a produrre lo strano sogno, in una sorta di limbo nel quale si riesca a scegliere i pezzi di una storia fantastica da assemblare, la quale si dissolverà, la mattina dopo, con il vapore di una doccia bollente, sotto la quale tornare a vivere.

martedì 29 gennaio 2019

La stessa età


La mia compagna di vita, oggi, ha la stessa età di mio padre nell'anno in cui tutto accadde. Mi ricordo come mi comportai, come tutti ci comportammo con lui e come, adesso, mi potrei sentire se facessi una cosa del genere ad un suo coetaneo. Un individuo che avrebbe potuto avere gli stessi progetti della mia compagna, lo stesso attaccamento alla vita, alla possibilità di tentare nonostante tutto, alla caparbietà di rialzarsi dopo una sconfitta. Noi , invece, procedemmo, in poco tempo, allo smantellamento di un padre, di un marito, di un uomo, di un essere che aveva fallito il suo compito ed ora poteva essere messo in un angolo, a terminare i suoi giorni senza far nulla, in attesa della fine. A cinquantacinque anni. Chiudemmo, in pochi giorni il suo ufficio, durante quel settembre. Lui guardava, non alzava un dito. Dopo il secondo giorno si andò a sedere davanti al bar, come la cosa non lo riguardasse più. Ero furioso con lui, lo ritenevo un irresponsabile ma non mi rendevo conto di continuare ad affossare un uomo che non aveva alternative e per il quale io non speravo alternative. Nonostante avesse colpe gravi verso tutti noi, non mi rendevo conto del suo sguardo carico di tristezza, nei suoi occhi su di me, il figlio dal quale aspettava una parola di conforto, di speranza. Non avrebbe alzato la mano contro il mio astioso darmi da fare, nel mettere a posto fascicoli, accatastare sedie, affannarmi a cercare magazzini momentanei, nei quali ammucchiare tavoli, poltrone, scaffali, vecchi rotoli di disegni. Mia madre, rigida, silenziosa, mio fratello efficiente, un ragazzo per il quale mio padre mostrava un affetto non ricambiato.  Si rivolgeva allora a me, nella speranza di trovare un appiglio per non lasciarsi andare. Io lo negai, quasi avessi a che fare con un criminale di guerra per il quale non mostrare alcuna pietà. Cercò conforto negli estranei, quegli amici che aveva coltivato in quei vent’anni di attività lavorativa in paese. Tutti gli stavano morendo intorno. Il vecchio falegname era già morto per un tumore alla gola, un altro era andato via, nel silenzio della solitudine, l’ultimo a morire fu un vecchio collega geometra con il quale aveva condiviso tante giornate lente d’estate. Decise di morire anche lui. Da bravo tecnico come era sempre stato, pianificò la sua fine, come in un elenco delle opere da eseguire. Coltivò il suo tumore per otto anni, in silenzio, consumandosi davanti a qualche tramonto sulla Majella lontana, appoggiato ad un paracarro della strada principale. Lo vedevo da lontano, con lo sguardo fisso verso il rosso del tramonto, perdersi sopra qualche crinale distante, mentre il fumo della sua sigaretta veniva allontanato dal vento. Sembrava uno di quei pastori chini ad aspettare la fine delle giornate, senza tempo, su per le rocce di un pascolo, mentre le greggi scorrono lente davanti, fermi, in un punto della mente o della memoria, ad immaginare un esito diverso della loro storia, cercando di eliminare i dolori almeno fino alla notte, quando i pensieri ti fanno rivoltare sul cuscino. Mio padre iniziò a morire che aveva cinquantacinque anni.

venerdì 14 settembre 2018

Le foglie del faggio


Detestavo l'autunno. Ora attendo le mattine umide quasi che la rugiada sulle scarpe, portando il cane a spasso nell’uliveto, mi riportasse alla realtà della nuova giornata. Odiavo le giornate che accorciavano inesorabilmente il loro percorso. Detestavo la bruma come la colpevole dei colori grigi, delle foschie sul mare. Ho capito che la bella stagione è un retaggio della tenera età, della costruzione delle cose, dei sogni che non finiscono. Da qualche anno, provo un crescente trasporto per le albe. Sarà che, abitando ad Oriente, possiamo godere del sorgere del sole, camminando lungo la spiaggia. Eppure ho trovato qualcosa di tragicamente effimero nella bellezza di un nuovo giorno. E’ come gustare un frutto dolcissimo ma dal sapore corto. Rimanere lì, a puntare il sole, mentre i colori delle nubi notturne, sul mare, esplodono con i primi raggi. Tutto dura cinque minuti, nei quali non pensi a quello che ti porterà il nuovo dì ma sei conscio che quella sarà l’anestesia momentanea dal pensiero seguente. Ho iniziato a godere dell’autunno, percorrendo in bici, da settembre a dicembre inoltrato, la strada da Roccamontepiano a Mamma Rosa. Dalle querce sui colli, fino alle faggete, tutto cambia lentamente, nei colori, lentamente. Allora ti accorgi di quanto, un mese come novembre, possa accendere le foglie di un albero come fosse in procinto di prendere fuoco. L’estate è sguaiata, plateale, palesa ogni sua manifestazione, non ti permette di immaginare, di avere dubbi. Per questo motivo, smetto di nuotare in mare a giugno e riprendo a settembre, quando l’acqua inizia a farsi più fredda e sento i brividi dietro la schiena e così fino ad ottobre inoltrato, quando le mani ed i piedi si indolenziscono. E’ una sensazione vitale, diretta. Il freddo ti legge nelle ossa. Non puoi mentire al freddo. Non mi nego agli autunni che avanzano, si accavallano, stratificano come i cerchi del tronco di un albero sulla mia pelle. Detestavo l’autunno, ora è la stagione nella quale sembro veramente io.
Colonna sonora:
Tim Buckley - Dolphins
The Byrds - It's all over now, baby blue
Xtc - Making plans for Nigel
Roxy Music - My only love
Pete Townshend - I'm an animal
Iron Maiden - Running free
Lucio Dalla- Telefona tra vent'anni
Quincy Jones - I no corrida


sabato 8 settembre 2018

I muscoli di Achab


Ho cinquant’anni. Dovrei essere vecchio, ricordando come apparisse mio padre alla mia età. Nonostante l’apparenza, ho sempre esaminato il mio volto, il mio corpo, ogni mattina, per vedere e registrare nella memoria, piccoli e grandi cambiamenti. Le variazioni si notano nel lungo solo quando, un bel giorno, qualcosa di te è cambiato drasticamente, all’improvviso, da un giorno all’altro. Inizi con le gengive che si tirano, mostrando leggermente la radice dei denti. Qualcosa che ti ricorda le sembianze che avrai, quando sarai posto ordinatamente nell’ossario. La ruga a destra si accentua. Non è la ruga di espressione ma una marcata abitudine al sentimento dell’amarezza. Amarezza.  Negli anni ho imparato a convivere con questo stato d’animo. All’inizio ho dato colpa agli altri, in una sorta di gioco al vittimismo che spesso ha contraddistinto la cerchia familiare.  Ho provato a ragionare spesso sul fatto che, alcuni atteggiamenti degli altri, derivassero dalla maniera nella quale mi ponevo. Il risultato è stato illuminante. Credevo che i miei interlocutori avessero la mia stessa sensibilità e comprendessero le mie esigenze, i miei desideri, le mie scelte, i miei limiti, le mie manchevolezze.  Erravo nell’errore. L’unico modo è comprendere il prossimo, almeno nella parte della sua vita della quale vuole farti partecipe. Cosa possiamo pretendere di conoscere degli altri? Cosa ne sappiamo di loro veramente?  Così, per pigrizia, per impotenza, ci chiudiamo nel nostro mondo fatto di azioni che riteniamo giuste al momento adatto, di pensieri pensati per gli altri. Quando scopriamo che le nostre convinzioni sulle persone, si sgretolano contro il muro delle loro realtà, dentro noi prevale l’amarezza.  Questa sensazione che ci incolla la bocca, come una medicina indesiderata ma inevitabile, arriva fino al petto. Il respiro si stringe fino a tapparci le orecchie. L’amarezza, è un animale che appesantisce le spalle, si nutre aggrappato alla nostra nuca e cresce curvandoci le spalle. Avrei voluto festeggiare il traguardo simbolico del mezzo secolo in altro modo, guardando ai giorni passati, con la soddisfazione di chi ha costruito un percorso di serenità per sé e per i suoi cari. Mi sento come il capitano di una nave, nel mezzo di un oceano dall’onda variabile, il quale tiene stretto il suo timone tra le mani sempre più dolenti. Non so quando fino a quando la mia presa sarà sicura.


Colonna sonora:

David Sylvian - Black water
Chet Faker - Talk is cheap
William Fitzsimmons - I kissed a girl
Joni Mitchell- Woodstock
Benjamin Biolay - Miss Miss
Frank Ocean - Pink + white
The Young fathers - I heard
Nick Cave & the Bad seeds - Hang on to yourself
Bjork - All neon like
David Gray - This year's love

venerdì 2 marzo 2018

Le ossa



La prima volta che mi sono rotto un osso, stavo giocando a pallavolo durante l’ora di educazione fisica, a scuola. Stavamo preparando le selezioni per formare la squadra che avrebbe rappresentato il liceo al torneo comunale. La mia cittadina ha sempre avuto una grande tradizione pallavolistica e il torneo comunale era la grande occasione per essere notati dalla squadra locale che ai quei tempi militava nella massima divisione. Non fu una frattura grave ma, l’incidente mi escluse definitivamente dalla rosa scelta dalla professoressa. Dovetti abbandonare anche la chitarra per qualche settimana. Non ebbi pazienza e, dopo una decina di giorni, mi levai la stecca. Il dito non fu lo stesso di prima. A distanza di anni ho ancora difficoltà a fare certe cose con lo strumento. L’incidente più grave fu quando caddi dall’impalcatura. In quell’occasione compresi il concetto di dolore. Tutti i malanni. I fastidi avuti prima di quel momento si annullarono all’interno di un un’unica voragine nella quale l’oscurità del fondo sembrava un buco nero nel quale si fosse concentrata materia agonizzante ed io a cercare di risalire, aggrappandomi disperato alle sue pareti scoscese. Conobbi gli anestetici ed i loro effetti sulla percezione della realtà. Immobilizzato, nel letto, come un Cristo morente e stitico, materializzavo nel sonno, strane visioni di apocalissi. Di tutto, mi rimasero dolori improvvisi legati al barometro e qualche callo osseo. Anche in quel caso ebbi l’impressione che qualcuno avesse voluto interrompere un periodo nel quale, la mia carriera lavorativa stava progredendo, permettendomi di realizzare i sogni e l aspettative della mia famiglia. Dopo alcuni anni accadde di nuovo, per un incidente di una banalità sconcertante. Ero in magazzino e, nell’atto di voltarmi, spostai il braccio, con la mano aperta, sbattendo il palmo contro la cornice della porta. Il mignolo andò in due pezzi. Fui ingessato in modo da riuscire a lavorare. Durante quella settimana un grosso camion, in manovra, distrusse la fiancata della macchina, appena acquistata, fuggendo. Compresi come in quel periodo ci fosse un’aurea sfortunata intorno a me, quando andai in banca qualche giorno dopo. Ero alla cassa e di colpo tre rapinatori irruppero, minacciandomi con un taglierino. La rabbia accumulata in quei giorni non mi impedì di controbattere ai rapinatori i quali volevano legarmi, nonostante il gesso. Ne ricavai un piccolo taglio sulla testa. Fu una settimana particolare, nella quale, si erano accumulati tre eventi indesiderati ed indipendenti dal mio arbitrio. Non ho mai creduto alla sfortuna anche se, in quell’occasione, percepì una sorta di negatività come se un evento sfavorevole ne attraesse altri. A volte mi meravigliavo avendo notizie di disastri aerei che capitavano a pochi giorni di distanza gli uni dagli altri. Feci il paragone con una molla carica, la quale ha bisogno di scaricare la sua energia, improvvisamente, con un atto definitivo e liberatorio.  Ora sono qui, a scrivere con la mano sinistra. La destra è ingessata, nuovamente. Un altro incidente sul lavoro. Ero in un periodo di gran recupero fisico e psicologico, dopo un anno caratterizzato da un’esperienza politica negativa nella quale avevo conosciuto la miseria e la grettezza umane. Stavo effettuando un lavoro delicato, molto apprezzato dalla committenza e dai tecnici. Ciò mi avrebbe permesso di avere ottime referenze per lavori futuri. L’infortunio mi impedisce totalmente di lavorare per un certo periodo e questo porterà problemi alla famiglia e alla sua gestione. Adesso ho la netta sensazione di avere qualcuno che mi stia levando gli appigli, diabolicamente, durante il mio disperato tentativo di raggiungere il bordo del pozzo. Le mie ossa sono la storia della mia sfida a viso aperto e sono l’impalcatura con la quale combatto, ogni giorno, una battaglia contro un nemico invisibile il quale ha deciso che la mia strada dovrà essere irta di ostacoli. Mi chiedo quale divinità abbia tempo da perdere a rendermi la vita difficile. Con gli anni, la mia rabbia ha trovato dimora nel mio petto ed ogni volta mi trovo a maledire Dio, guardando il cielo, a voce alta, senza timore. Se questa è la guerra, morirò con gli stivali ai piedi.

venerdì 3 febbraio 2017

Mastro Achille



Oggi volevo comprare un paio di scarpe. Le mie hanno iniziato a sfaldarsi. La pelle della tomaia, in corrispondenza del mignolo si è aperta, lasciando intravvedere la calza di lana rossa. Se cammini, il buco si nota poco, ma non puoi fare finta di niente. Quel punto rosso sulla scarpa attirerà l’attenzione , prima o poi. La gente ricca la riconosci da cosa porta ai piedi. Ho sempre avuto una fissa per le scarpe. Mi fermo a lungo, davanti alle vetrine, dove i manichini, dagli abiti più o meno eleganti, sono completati da un paio di calzature coordinate, poste ordinatamente, bel lucidate. Talvolta può trovare il prezzo a fianco e renderti conto se quella scarpa possa rappresentare un valore abbastanza adeguato da poter entrare nella tua lista dei desideri. Altre volte, per decenza, non c’è il prezzo. Allora ti chiedi quanto possa effettivamente valere quell’oggetto il quale, facilmente, esula dalle tue possibilità. Mio padre aveva il piede cavo. Non riusciva a portare i mocassini. Doveva, per forza, indossare calzature con i lacci. Aveva amicizia con il calzolaio del paese, il quale portava stranamente il suo stesso cognome. Il calzolaio lavorava, in una piccola bottega del centro storico. Seduto per ore dietro al banco, affogato in quell’odore penetrante di cuoio vecchio, scarpe usate e colla al solvente. Parlava tutto il giorno con il suo cane, un meticcio che riposava sotto la vecchia macchina da cucire, che lo guardava con occhi umidi e languidi, ogni volta che Mastro Achille, questo il suo nome, gli rivolgeva la parola. Papà inizio a farsi confezionare delle scarpe su misura. La sera trovai un paio di stivaletti di pelle di capretto, con la chiusura lampo, posati nel bagnetto di casa. Mastro Achille era un vecchio calzolaio e la foggia di quegli stivaletti risultò essere alquanto datata. Nonostante tutto, mi meravigliavo di come mio padre avesse cambiato umore, da quando aveva quelle scarpe. Mi diceva di non aver mai camminato tanto comodamente da quando aveva iniziato ad indossare quelle scarpe. Con regolarità, mio padre si faceva confezionare un apio di scarpe. A seconda delle stagioni e usava quelle piccole opere d’arte minore, fino a quando si riducevano a delle ciocie consunte ed inguardabili. Un giorno mi portò da Mastro Achille e volle regalarmi un paio di scarpe su misura. Era la prima volta che qualcuno si interessava ai miei piedi ed io mi prestai con curiosità ed imbarazzo, a farmi misurare da quell’uomo dalla punta dell’alluce fino alla caviglia. Le scarpe che mi fece, erano brutte ma, dopo mezz’ora dall’averle indossate, riuscì a comprendere la differenza tra una scarpa acquistata ed una scarpa su misura. Mio padre stava male, non aveva soldi, iniziò a non farsi fare le scarpe da Mastro Achille ma si ostinò ad indossare l’ultimo paio di stivaletti che il calzolaio aveva fatto per lui, fino al giorno della sua morte. Nella bara portava le sue vecchie scarpe. In seguito, barattai la tinteggiatura della bottega di Mastro Achille, con un paio di scarpini bianchi e neri, da musicista jazz. Portai un vecchio libro fotografico nel quale, durante un minstrel show, un vecchio cantante, con la faccia dipinta con il carbone, recitava la parte di un negro sempliciotto. Aveva ai piedi delle scarpe, con i lacci, lucide, stupende. Mastro Achille osservò quella foto con l’aria di chi trovi improbabile imbarcarsi in un’opera più difficile del previsto. Dopo un mese ebbi le mie scarpe. Le possiedo ancora oggi, chiuse nella scatole, riempiti di carta morbida, per conservare la forma. Le uso qualche volta, quando vado a suonare. Se potessi, le indosserei ogni giorno ma non potrei permettermene un altro paio, se dovessi rovinarle. Le scarpe misurano il grado della tua felicità. Nei grandi negozi dei centri commerciali, riesco a passare delle ore alla ricerca della scarpa ideale. Amo esaminare le cuciture, le sfumature del colore, il luogo di produzione della scarpa, se ci sono sbavature di colla, se hanno la punta troppo rotonda, troppo panciuta, se la punta è troppo accentuata, se ha una forma ”stupida”. Detesto le fibbie, le perline, i lacci dai percorsi complicati, odio le scarpe con lo strappo, quelle che hanno la pelle con parti di diverso colore. Mi piacciono le scarpe blu, quelle rosso scuro, amo il marrone, odoro la pelle, esamino la larghezza del tacco. Rimetto la scarpa sull’espositore, sperando di tornare presto per poterne concretizzare l’acquisto. Stasera continuo a guardare il buco sulla mia scarpa, di tomaia scamosciata, comprata l’anno scorso ai saldi e penso a come le cose possano cambiare in poco tempo. Un buco non avrei potuto tollerarlo, tempo fa. Sarei andato da mio padre ed avremmo provveduto ad andare in un negozio a comprare le scarpe adatte alla stagione in arrivo. Il buco appare meno visibile quando ti rendi conto che quel buco te lo devi tenere e lo devi chiudere nel miglior modo possibile. La mia scarpa azzurra da jogging, anni fa, fu sottoposta ad un lavoro di patchwork estremo, quando mi resi conto che la stoffa del dorso si stava riempiendo di buchi. Iniziai una ricerca di pezzi di stoffa delle  stesso colore. Fatti alcuni piccoli ritagli, iniziai a tempestare la superficie della scarpa con questi brani di pezza, cuciti in modo dozzinale. Doveva piacermi quella scarpa, non avevo altra scelta. Ho capito allora, come ci si possa adattare ad una nuova situazione e come i gradini di una scala, visti con orrore dall’alto, qualche attimo prima, una volta scesi, non sembrano così ripidi. I giorni del calzolaio sembrano persi nel buco della memoria, nonostante Mastro Achille sia ancora vivo e continui a lavorare nella sua piccola bottega. Il suo cane è morto da anni, mio padre è morto da anni. Ogni tanto mi fermo a salutarlo, lui rimane dietro il suo banchetto, sempre più curvo, rivolgendo distrattamente lo sguardo sotto quella vecchia macchina da cucire, quasi vedesse ancora il suo cane lo guarda con gli stessi occhi lucidi d’amore. Anch’io guardo nella sua bottega, come a voler scorgere un paio di stivaletti in fase di ultimazione, nell’llusione che, mio padre fosse passato ancora una volta a volerne ancora perché, nonostante tutto, dobbiamo continuare a camminare.