La mia compagna di vita, oggi, ha la
stessa età di mio padre nell'anno in cui tutto accadde. Mi ricordo come mi comportai, come
tutti ci comportammo con lui e come, adesso, mi potrei sentire se facessi una
cosa del genere ad un suo coetaneo. Un individuo che avrebbe potuto avere gli
stessi progetti della mia compagna, lo stesso attaccamento alla vita, alla
possibilità di tentare nonostante tutto, alla caparbietà di rialzarsi dopo una
sconfitta. Noi , invece, procedemmo, in poco tempo, allo smantellamento di un
padre, di un marito, di un uomo, di un essere che aveva fallito il suo compito
ed ora poteva essere messo in un angolo, a terminare i suoi giorni senza far
nulla, in attesa della fine. A cinquantacinque anni. Chiudemmo, in pochi giorni
il suo ufficio, durante quel settembre. Lui guardava, non alzava un dito. Dopo
il secondo giorno si andò a sedere davanti al bar, come la cosa non lo
riguardasse più. Ero furioso con lui, lo ritenevo un irresponsabile ma non mi
rendevo conto di continuare ad affossare un uomo che non aveva alternative e
per il quale io non speravo alternative. Nonostante avesse colpe gravi verso
tutti noi, non mi rendevo conto del suo sguardo carico di tristezza, nei suoi
occhi su di me, il figlio dal quale aspettava una parola di conforto, di
speranza. Non avrebbe alzato la mano contro il mio astioso darmi da fare, nel
mettere a posto fascicoli, accatastare sedie, affannarmi a cercare magazzini
momentanei, nei quali ammucchiare tavoli, poltrone, scaffali, vecchi rotoli di
disegni. Mia madre, rigida, silenziosa, mio fratello efficiente, un ragazzo per
il quale mio padre mostrava un affetto non ricambiato. Si rivolgeva allora a me, nella speranza di
trovare un appiglio per non lasciarsi andare. Io lo negai, quasi avessi a che
fare con un criminale di guerra per il quale non mostrare alcuna pietà. Cercò
conforto negli estranei, quegli amici che aveva coltivato in quei vent’anni di
attività lavorativa in paese. Tutti gli stavano morendo intorno. Il vecchio
falegname era già morto per un tumore alla gola, un altro era andato via, nel
silenzio della solitudine, l’ultimo a morire fu un vecchio collega geometra con
il quale aveva condiviso tante giornate lente d’estate. Decise di morire anche
lui. Da bravo tecnico come era sempre stato, pianificò la sua fine, come in un
elenco delle opere da eseguire. Coltivò il suo tumore per otto anni, in
silenzio, consumandosi davanti a qualche tramonto sulla Majella lontana,
appoggiato ad un paracarro della strada principale. Lo vedevo da lontano, con
lo sguardo fisso verso il rosso del tramonto, perdersi sopra qualche crinale
distante, mentre il fumo della sua sigaretta veniva allontanato dal vento.
Sembrava uno di quei pastori chini ad aspettare la fine delle giornate, senza
tempo, su per le rocce di un pascolo, mentre le greggi scorrono lente davanti,
fermi, in un punto della mente o della memoria, ad immaginare un esito diverso
della loro storia, cercando di eliminare i dolori almeno fino alla notte,
quando i pensieri ti fanno rivoltare sul cuscino. Mio padre iniziò a morire che
aveva cinquantacinque anni.martedì 29 gennaio 2019
La stessa età
La mia compagna di vita, oggi, ha la
stessa età di mio padre nell'anno in cui tutto accadde. Mi ricordo come mi comportai, come
tutti ci comportammo con lui e come, adesso, mi potrei sentire se facessi una
cosa del genere ad un suo coetaneo. Un individuo che avrebbe potuto avere gli
stessi progetti della mia compagna, lo stesso attaccamento alla vita, alla
possibilità di tentare nonostante tutto, alla caparbietà di rialzarsi dopo una
sconfitta. Noi , invece, procedemmo, in poco tempo, allo smantellamento di un
padre, di un marito, di un uomo, di un essere che aveva fallito il suo compito
ed ora poteva essere messo in un angolo, a terminare i suoi giorni senza far
nulla, in attesa della fine. A cinquantacinque anni. Chiudemmo, in pochi giorni
il suo ufficio, durante quel settembre. Lui guardava, non alzava un dito. Dopo
il secondo giorno si andò a sedere davanti al bar, come la cosa non lo
riguardasse più. Ero furioso con lui, lo ritenevo un irresponsabile ma non mi
rendevo conto di continuare ad affossare un uomo che non aveva alternative e
per il quale io non speravo alternative. Nonostante avesse colpe gravi verso
tutti noi, non mi rendevo conto del suo sguardo carico di tristezza, nei suoi
occhi su di me, il figlio dal quale aspettava una parola di conforto, di
speranza. Non avrebbe alzato la mano contro il mio astioso darmi da fare, nel
mettere a posto fascicoli, accatastare sedie, affannarmi a cercare magazzini
momentanei, nei quali ammucchiare tavoli, poltrone, scaffali, vecchi rotoli di
disegni. Mia madre, rigida, silenziosa, mio fratello efficiente, un ragazzo per
il quale mio padre mostrava un affetto non ricambiato. Si rivolgeva allora a me, nella speranza di
trovare un appiglio per non lasciarsi andare. Io lo negai, quasi avessi a che
fare con un criminale di guerra per il quale non mostrare alcuna pietà. Cercò
conforto negli estranei, quegli amici che aveva coltivato in quei vent’anni di
attività lavorativa in paese. Tutti gli stavano morendo intorno. Il vecchio
falegname era già morto per un tumore alla gola, un altro era andato via, nel
silenzio della solitudine, l’ultimo a morire fu un vecchio collega geometra con
il quale aveva condiviso tante giornate lente d’estate. Decise di morire anche
lui. Da bravo tecnico come era sempre stato, pianificò la sua fine, come in un
elenco delle opere da eseguire. Coltivò il suo tumore per otto anni, in
silenzio, consumandosi davanti a qualche tramonto sulla Majella lontana,
appoggiato ad un paracarro della strada principale. Lo vedevo da lontano, con
lo sguardo fisso verso il rosso del tramonto, perdersi sopra qualche crinale
distante, mentre il fumo della sua sigaretta veniva allontanato dal vento.
Sembrava uno di quei pastori chini ad aspettare la fine delle giornate, senza
tempo, su per le rocce di un pascolo, mentre le greggi scorrono lente davanti,
fermi, in un punto della mente o della memoria, ad immaginare un esito diverso
della loro storia, cercando di eliminare i dolori almeno fino alla notte,
quando i pensieri ti fanno rivoltare sul cuscino. Mio padre iniziò a morire che
aveva cinquantacinque anni.venerdì 14 settembre 2018
Le foglie del faggio
Detestavo l'autunno. Ora attendo le mattine umide
quasi che la rugiada sulle scarpe, portando il cane a spasso nell’uliveto, mi
riportasse alla realtà della nuova giornata. Odiavo le giornate che
accorciavano inesorabilmente il loro percorso. Detestavo la bruma come la colpevole
dei colori grigi, delle foschie sul mare. Ho capito che la bella stagione è un
retaggio della tenera età, della costruzione delle cose, dei sogni che non
finiscono. Da qualche anno, provo un crescente trasporto per le albe. Sarà che,
abitando ad Oriente, possiamo godere del sorgere del sole, camminando lungo la
spiaggia. Eppure ho trovato qualcosa di tragicamente effimero nella bellezza di
un nuovo giorno. E’ come gustare un frutto dolcissimo ma dal sapore corto.
Rimanere lì, a puntare il sole, mentre i colori delle nubi notturne, sul mare,
esplodono con i primi raggi. Tutto dura cinque minuti, nei quali non pensi a
quello che ti porterà il nuovo dì ma sei conscio che quella sarà l’anestesia
momentanea dal pensiero seguente. Ho iniziato a godere dell’autunno,
percorrendo in bici, da settembre a dicembre inoltrato, la strada da
Roccamontepiano a Mamma Rosa. Dalle querce sui colli, fino alle faggete, tutto
cambia lentamente, nei colori, lentamente. Allora ti accorgi di quanto, un mese
come novembre, possa accendere le foglie di un albero come fosse in procinto di
prendere fuoco. L’estate è sguaiata, plateale, palesa ogni sua manifestazione,
non ti permette di immaginare, di avere dubbi. Per questo motivo, smetto di
nuotare in mare a giugno e riprendo a settembre, quando l’acqua inizia a farsi
più fredda e sento i brividi dietro la schiena e così fino ad ottobre
inoltrato, quando le mani ed i piedi si indolenziscono. E’ una sensazione
vitale, diretta. Il freddo ti legge nelle ossa. Non puoi mentire al freddo. Non
mi nego agli autunni che avanzano, si accavallano, stratificano come i cerchi
del tronco di un albero sulla mia pelle. Detestavo l’autunno, ora è la stagione
nella quale sembro veramente io.
Colonna sonora:
Tim Buckley - Dolphins
The Byrds - It's all over now, baby blue
Xtc - Making plans for Nigel
Roxy Music - My only love
Pete Townshend - I'm an animal
Iron Maiden - Running free
Lucio Dalla- Telefona tra vent'anni
Quincy Jones - I no corrida
Colonna sonora:
Tim Buckley - Dolphins
The Byrds - It's all over now, baby blue
Xtc - Making plans for Nigel
Roxy Music - My only love
Pete Townshend - I'm an animal
Iron Maiden - Running free
Lucio Dalla- Telefona tra vent'anni
Quincy Jones - I no corrida
sabato 8 settembre 2018
I muscoli di Achab
Ho cinquant’anni. Dovrei essere
vecchio, ricordando come apparisse mio padre alla mia età. Nonostante l’apparenza,
ho sempre esaminato il mio volto, il mio corpo, ogni mattina, per vedere e
registrare nella memoria, piccoli e grandi cambiamenti. Le variazioni si notano
nel lungo solo quando, un bel giorno, qualcosa di te è cambiato drasticamente,
all’improvviso, da un giorno all’altro. Inizi con le gengive che si tirano,
mostrando leggermente la radice dei denti. Qualcosa che ti ricorda le sembianze
che avrai, quando sarai posto ordinatamente nell’ossario. La ruga a destra si
accentua. Non è la ruga di espressione ma una marcata abitudine al sentimento
dell’amarezza. Amarezza. Negli anni ho
imparato a convivere con questo stato d’animo. All’inizio ho dato colpa agli
altri, in una sorta di gioco al vittimismo che spesso ha contraddistinto la
cerchia familiare. Ho provato a
ragionare spesso sul fatto che, alcuni atteggiamenti degli altri, derivassero
dalla maniera nella quale mi ponevo. Il risultato è stato illuminante. Credevo
che i miei interlocutori avessero la mia stessa sensibilità e comprendessero le
mie esigenze, i miei desideri, le mie scelte, i miei limiti, le mie
manchevolezze. Erravo nell’errore. L’unico
modo è comprendere il prossimo, almeno nella parte della sua vita della quale
vuole farti partecipe. Cosa possiamo pretendere di conoscere degli altri? Cosa ne
sappiamo di loro veramente? Così, per
pigrizia, per impotenza, ci chiudiamo nel nostro mondo fatto di azioni che riteniamo
giuste al momento adatto, di pensieri pensati per gli altri. Quando scopriamo
che le nostre convinzioni sulle persone, si sgretolano contro il muro delle
loro realtà, dentro noi prevale l’amarezza. Questa sensazione che ci incolla la bocca,
come una medicina indesiderata ma inevitabile, arriva fino al petto. Il respiro
si stringe fino a tapparci le orecchie. L’amarezza, è un animale che
appesantisce le spalle, si nutre aggrappato alla nostra nuca e cresce
curvandoci le spalle. Avrei voluto festeggiare il traguardo simbolico del mezzo
secolo in altro modo, guardando ai giorni passati, con la soddisfazione di chi
ha costruito un percorso di serenità per sé e per i suoi cari. Mi sento come il
capitano di una nave, nel mezzo di un oceano dall’onda variabile, il quale
tiene stretto il suo timone tra le mani sempre più dolenti. Non so quando fino
a quando la mia presa sarà sicura.Colonna sonora:
David Sylvian - Black water
Chet Faker - Talk is cheap
William Fitzsimmons - I kissed a girl
Joni Mitchell- Woodstock
Benjamin Biolay - Miss Miss
Frank Ocean - Pink + white
The Young fathers - I heard
Nick Cave & the Bad seeds - Hang on to yourself
Bjork - All neon like
David Gray - This year's love
venerdì 2 marzo 2018
Le ossa
La prima volta che mi sono
rotto un osso, stavo giocando a pallavolo durante l’ora di educazione fisica, a
scuola. Stavamo preparando le selezioni per formare la squadra che avrebbe
rappresentato il liceo al torneo comunale. La mia cittadina ha sempre avuto una
grande tradizione pallavolistica e il torneo comunale era la grande occasione
per essere notati dalla squadra locale che ai quei tempi militava nella massima
divisione. Non fu una frattura grave ma, l’incidente mi escluse definitivamente
dalla rosa scelta dalla professoressa. Dovetti abbandonare anche la chitarra
per qualche settimana. Non ebbi pazienza e, dopo una decina di giorni, mi levai
la stecca. Il dito non fu lo stesso di prima. A distanza di anni ho ancora
difficoltà a fare certe cose con lo strumento. L’incidente più grave fu quando
caddi dall’impalcatura. In quell’occasione compresi il concetto di dolore.
Tutti i malanni. I fastidi avuti prima di quel momento si annullarono all’interno
di un un’unica voragine nella quale l’oscurità del fondo sembrava un buco nero
nel quale si fosse concentrata materia agonizzante ed io a cercare di risalire,
aggrappandomi disperato alle sue pareti scoscese. Conobbi gli anestetici ed i
loro effetti sulla percezione della realtà. Immobilizzato, nel letto, come un
Cristo morente e stitico, materializzavo nel sonno, strane visioni di
apocalissi. Di tutto, mi rimasero dolori improvvisi legati al barometro e
qualche callo osseo. Anche in quel caso ebbi l’impressione che qualcuno avesse
voluto interrompere un periodo nel quale, la mia carriera lavorativa stava
progredendo, permettendomi di realizzare i sogni e l aspettative della mia
famiglia. Dopo alcuni anni accadde di nuovo, per un incidente di una banalità
sconcertante. Ero in magazzino e, nell’atto di voltarmi, spostai il braccio,
con la mano aperta, sbattendo il palmo contro la cornice della porta. Il
mignolo andò in due pezzi. Fui ingessato in modo da riuscire a lavorare. Durante
quella settimana un grosso camion, in manovra, distrusse la fiancata della
macchina, appena acquistata, fuggendo. Compresi come in quel periodo ci fosse
un’aurea sfortunata intorno a me, quando andai in banca qualche giorno dopo.
Ero alla cassa e di colpo tre rapinatori irruppero, minacciandomi con un
taglierino. La rabbia accumulata in quei giorni non mi impedì di controbattere
ai rapinatori i quali volevano legarmi, nonostante il gesso. Ne ricavai un
piccolo taglio sulla testa. Fu una settimana particolare, nella quale, si erano
accumulati tre eventi indesiderati ed indipendenti dal mio arbitrio. Non ho mai
creduto alla sfortuna anche se, in quell’occasione, percepì una sorta di
negatività come se un evento sfavorevole ne attraesse altri. A volte mi
meravigliavo avendo notizie di disastri aerei che capitavano a pochi giorni di
distanza gli uni dagli altri. Feci il paragone con una molla carica, la quale
ha bisogno di scaricare la sua energia, improvvisamente, con un atto definitivo
e liberatorio. Ora sono qui, a scrivere
con la mano sinistra. La destra è ingessata, nuovamente. Un altro incidente sul
lavoro. Ero in un periodo di gran recupero fisico e psicologico, dopo un anno
caratterizzato da un’esperienza politica negativa nella quale avevo conosciuto
la miseria e la grettezza umane. Stavo effettuando un lavoro delicato, molto
apprezzato dalla committenza e dai tecnici. Ciò mi avrebbe permesso di avere
ottime referenze per lavori futuri. L’infortunio mi impedisce totalmente di
lavorare per un certo periodo e questo porterà problemi alla famiglia e alla
sua gestione. Adesso ho la netta sensazione di avere qualcuno che mi stia
levando gli appigli, diabolicamente, durante il mio disperato tentativo di
raggiungere il bordo del pozzo. Le mie ossa sono la storia della mia sfida a
viso aperto e sono l’impalcatura con la quale combatto, ogni giorno, una
battaglia contro un nemico invisibile il quale ha deciso che la mia strada
dovrà essere irta di ostacoli. Mi chiedo quale divinità abbia tempo da perdere
a rendermi la vita difficile. Con gli anni, la mia rabbia ha trovato dimora nel
mio petto ed ogni volta mi trovo a maledire Dio, guardando il cielo, a voce
alta, senza timore. Se questa è la guerra, morirò con gli stivali ai piedi.
venerdì 3 febbraio 2017
Mastro Achille
lunedì 11 luglio 2016
Verrà il diluvio
In un angolo dell’ampio salone,
aperta sopra un alto leggio di noce scuro, illuminata dalla polverosa luce che
filtrava dalle tende, stava l’enorme Bibbia illustrata di nonno Giona. La
conosceva a memoria. Ogni giorno della sua vita, da quando era bambino, ne
leggeva un passo, mandando a memoria ogni singolo verso. Era la stesso libro,
che conservava da anni e che adesso stava lì, ingiallito, su quel piedistallo
ingombrante. Da fanciullo rimaneva ore ad osservare quelle illustrazioni a china,
in bianco e nero, che esaltavano gli episodi salienti, dalla Genesi a Mosè che
separava le acque del Mar Rosso. Un' illustrazione, più di tutte, aveva colpito
l’immaginazione di quel bambino e lo ossessionava ancora adesso che era anziano
a malandato: l’Arca di Noè. Da ragazzo, era piuttosto timido, nonostante fosse
un giovane bello e aitante. Le ragazze facevano a gara per avvicinarlo ma lui
era schivo e introverso. Solo una aveva scelto tra mille: l’ossuta bambina che
aveva difeso, da piccola, dalle grinfie di alcuni bambini in vena di fare i
bulletti. Si erano incontrati di nuovo a scuola e dopo al liceo. Prima di
partire soldato le chiese di sposarlo e li accettò quasi fosse la conseguenza
più naturale di tutti quegli anni passati a dirsi poche parole.
Avevano avuto
tre figli e tanti nipoti. Ora che lei era morta, le ossessioni di quelle figure
stampate nel libro avevano trasformato la sua timidezza in misantropia. Nel
capanno in cui si rinchiudeva per ore, a creare opere di complicata inutilità,
non lasciava entrare nessuno tranne il suo cane, un vecchio spinone di nome
Peppe e l’unico nipotino che provasse un briciolo di affetto per lui: Domenico.
Somigliava terribilmente alla nonna e il ragazzino era il solo ad amare
quell’ampio baraccone di legno e lamiera nel quale il nonno Giona illustrava i
suoi progetti quasi fosse un genio incompreso. Il bambino ascoltava i sermoni
del vecchio che assomigliavano più alle prediche di un parroco di campagna.
Aveva iniziato a parlare delle grandi storie contenuto nell’unico libro che
avesse mai letto e che ora giaceva nel salotto di casa sua. Domenico si era
appassionato soprattutto alla storia di Noè e dell’Arca. -Un giorno verrà un
nuovo diluvio universale e i giusti dovranno costruire imbarcazioni per potersi
salvare dalla furia delle acque-. -Nonno ma come faceva Noè a sapere che quella
fosse la voce di Dio? - Chiedeva il nipotino. Rispondeva secco, Giona: -Lo
sapeva e basta. Noè ha creduto. Non si può dubitare di Dio-. Il nipote rimaneva
pensieroso – Nonno, questo libro lo
hanno scritto gli uomini o Dio-? Giona declamava gravemente: - Gli uomini che
hanno ascoltato la voce di Dio – Nonno, io conosco tanti uomini che raccontano
bugie-. Domenico attendeva una risposta ma Il nonno non sapeva cosa
controbattere e si nascondeva dietro una smorfia silenziosa. Il cane, seduto elegantemente osservava le
lunghe conversazioni tra nonno e nipote girando la testa a ogni suono della
voce. Una mattina d’estate il nonno arrivò più cupo del solito, non aveva
dormito. Non appena il nipote fu entrato nella baracca, il nonno lo prese e lo
fece sedere su di un tronco di legno. Nipote – stanotte Dio è venuto nei miei
sogni e mi ha parlato- mi ha detto di costruire una barca perché noi possiamo
salvarci dal diluvio che sta per mandare.
– Il nipotino lo guardò stupito, incredulo. Nonostante l’idea fosse
bizzarra, il suo spirito di bambino ebbe il sopravvento. Sorrise a Giona per
fargli capire quanto l’idea lo allettasse. Iniziarono così, da quel giorno, la
costruzione di una piccola imbarcazione, un sandolino di legno, traendo spunto
da alcuni disegni che il nonno aveva avuto in dono da un vecchio pescatore di
Maiori. Il piccolo Domenico si divertiva a vedere quanto il nonno, sudasse mentre piallava, inchiodava le ordinate , i
fasciami, quanto amore mettesse nel modellare la prua. Spesso il bimbo era
messo al barattolo della colla sotto la guida attenta del nonno. Entrambi a
studiare quelle vecchie pergamene spiegazzate. I genitori di Domenico si
chiedevano cosa ci fosse di tanto attraente in un vecchio che a loro sembrava
astioso e burbero. In quel gioco tra nonno e nipotino, febbrile, quanto magico,
l’anziano recuperava quella serenità perduta e il bimbo scopriva la ricchezza
di chi aveva esperienza. Passarono tutta l’estate nella costruzione della
barca. A settembre, con l’inizio dell’anno scolastico, il sandolino era
terminato. Venne la stagione delle mareggiate. Il nonno ed il nipote erano
impazienti di trovare una domenica di bonaccia per poter effettuare il varo. “Dobbiamo
provare la barca- diceva il vecchio- quando verrà il diluvio dobbiamo essere
sicuri che tutto sia a posto".- Il piccolo Domenico, non si faceva capace
di quella profezia. Il nonno, dopo i mesi di tregua, impegnato nella
costruzione, aveva trascurato il motivo di quell’opera. Ora il nipote rivedeva
negli occhi del nonno, ardere il fuoco della sua fissazione. Fu proprio quella
notte. Il vento si era alzato all’improvviso, mentre il bimbo era nel suo letto
intento a sfogliare un grosso volume ricco d'illustrazioni raffiguranti mostri
marini. Il padre entrò trafelato: - il nonno è scomparso!-. Il piccolo Domenico fu vestito di fretta
dalla madre e venne sommerso dalle più disparate domande, dato che era stato
lui il più assiduo frequentatore del vecchio negli ultimi mesi. La pioggia
scrosciava incessante. Domenico raccontò ai familiari riuniti della fissazione
del vecchio per il diluvio universale ed il perché di tanta alacre operosità
nel costruire la barca. Non si poteva perdere tempo: Vigili del fuoco,
Carabinieri, Protezione civile, tutti si misero sulle tracce del vecchio.
Albeggiava ormai, le nubi si erano diradate dopo l’acquazzone notturno ma il
vento era freddo e teso. Domenico, i
suoi genitori e alcuni amici erano sulla spiaggia ancora increduli: della barca
sulla spiaggia non c’era traccia, solo una linea disegnata dalla chiglia.
Nessuno capì come aveva fatto quel vecchio a trascinare il natante fino in
acqua. Tanti erano rimasti sulla battigia a scrutare i marosi all’orizzonte. Il
nipotino piangeva tenendo stretta la mano della madre. Rimasero vicino al mare
ancora un po’. Il nonno era scomparso insieme al cane. Arrivarono i Carabinieri
che avevano effettuato una perquisizione nella casa del vecchio, avevano delle
scartoffie in mano: il nonno aveva lasciato sul tavolo di casa le sue cartelle
cliniche. Sapeva di avere un tumore. Non lo aveva detto a nessuno. Il bimbo si
girò ancora verso il mare. Niente all’orizzonte, oltre la linea sconnessa dalle
onde di tempesta. Lo sguardo si abbassò sulla riva sabbiosa, dove ancora si
notava il lungo solco lasciato dal sandolino tirato in acqua. Tutti volsero la
testa verso monte sulla strada di casa. Solo il nipote cercò ancora ansioso un
segno che lo rincuorasse Gli occhi umidi si fermarono sulla scia lentamente
vanificata dalla bufera. Lungo la sabbia
decine di impronte. Non tracce di uomini ma zoccoli, zampe unghiate,
palmi di uccelli. Su tutte, la profonda orma della zampa di un elefante.sabato 15 agosto 2015
Avrei scritto un libro
Non ci ho creduto, fino a quando non ho avuto il volume, tra le mie
mani. E' strano. Ero abituato a vedere, nel mio scaffale, i libri degli
altri. Da una vita. Ho preso l'abitudine di scrivere da quasi
trent'anni. All'inizio, mi sono dedicato alle fanzine, ciclostilate, da
distribuire nei negozi. Avevo diciotto anni e la convinzione che, quello
che stavo facendo, fosse solo un gioco. Non pensavo avrebbe potuto
essere un lavoro. Nonostante quel giornale clandestino fosse molto
apprezzato in Italia ed all'estero, ho lasciato cadere la cosa, da
stupido, come solo un adolescente può essere. Ho continuato, qualche
anno dopo, con i racconti delle mie avventure in montagna, da
escursionista e scalatore, nella raccolta "Valeria e le altre". In
questi brani, tutto il fervore romantico, intriso di retorica, ha potuto
trovare il suo epilogo, liberandomi dal peso dei "grandi gesti sulla
roccia". Passata la fase da lord inglese nel Grand Tour, ho iniziato con
un foglio di satira poltica, "Il Peloso", di grande diffusione e poco
impegno economico.
Ho calcolato che, utilizzando il sistema delle fotocopie a cascata, mi bastava stampare dieci copie del foglio, per vederle moltiplicate fino a duemila circa, in qualche settimana. Qualcuno mi citò in una tesi ed ebbi momentanea fama e tanti nemici. In effetti, esagerai, nel formulare alcuni giudizi, ma ciò mi bastò per capire come, in politica, gli amici di ieri, possono diventare gli antagonisti di oggi. Nonostante questa fervida attività editoriale, non vi era nulla di ufficiale; la stampa veniva effettuata, nello studio di mio padre, con una vecchia fotocopiatrice Olivetti. Questo mi è bastato per compiangere l'ingegno del signor Adriano. In seguito ho iniziato a raccogliere i testi che fanno parte, oggi, del mio libro, quello vero, di carta, con la copertina, la casa editrice ed il mio nome. Molti di questi racconti sono stati pubblicati sul giornale locale nell'arco di quindici anni, altri sono finiti nei blog che gestisco. Non ho pagato, per stampare le copie della mia opera. Prenderò, al contrario, una piccola percentuale su ogni copia venduta, avrò una distribuzione in molti paesi del mondo ed il mio libro potrà essere acquistato su Amazon in tre lingue: italiano, spagnolo ed inglese. Per il momento, assaporo il piacere di vedere, nel mio scaffale, il mio nome. Ogni tanto sposto il volume, inserendolo ora fra Turgenev ed Arbasino, ora tra Mann e Brancati. E' un'operazione poco degna, lo so, ma la faccio a casa mia, non mi vede nessuno. Siate comprensivi.
Ho calcolato che, utilizzando il sistema delle fotocopie a cascata, mi bastava stampare dieci copie del foglio, per vederle moltiplicate fino a duemila circa, in qualche settimana. Qualcuno mi citò in una tesi ed ebbi momentanea fama e tanti nemici. In effetti, esagerai, nel formulare alcuni giudizi, ma ciò mi bastò per capire come, in politica, gli amici di ieri, possono diventare gli antagonisti di oggi. Nonostante questa fervida attività editoriale, non vi era nulla di ufficiale; la stampa veniva effettuata, nello studio di mio padre, con una vecchia fotocopiatrice Olivetti. Questo mi è bastato per compiangere l'ingegno del signor Adriano. In seguito ho iniziato a raccogliere i testi che fanno parte, oggi, del mio libro, quello vero, di carta, con la copertina, la casa editrice ed il mio nome. Molti di questi racconti sono stati pubblicati sul giornale locale nell'arco di quindici anni, altri sono finiti nei blog che gestisco. Non ho pagato, per stampare le copie della mia opera. Prenderò, al contrario, una piccola percentuale su ogni copia venduta, avrò una distribuzione in molti paesi del mondo ed il mio libro potrà essere acquistato su Amazon in tre lingue: italiano, spagnolo ed inglese. Per il momento, assaporo il piacere di vedere, nel mio scaffale, il mio nome. Ogni tanto sposto il volume, inserendolo ora fra Turgenev ed Arbasino, ora tra Mann e Brancati. E' un'operazione poco degna, lo so, ma la faccio a casa mia, non mi vede nessuno. Siate comprensivi.
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