venerdì 3 febbraio 2017
Mastro Achille
lunedì 11 luglio 2016
Verrà il diluvio
In un angolo dell’ampio salone,
aperta sopra un alto leggio di noce scuro, illuminata dalla polverosa luce che
filtrava dalle tende, stava l’enorme Bibbia illustrata di nonno Giona. La
conosceva a memoria. Ogni giorno della sua vita, da quando era bambino, ne
leggeva un passo, mandando a memoria ogni singolo verso. Era la stesso libro,
che conservava da anni e che adesso stava lì, ingiallito, su quel piedistallo
ingombrante. Da fanciullo rimaneva ore ad osservare quelle illustrazioni a china,
in bianco e nero, che esaltavano gli episodi salienti, dalla Genesi a Mosè che
separava le acque del Mar Rosso. Un' illustrazione, più di tutte, aveva colpito
l’immaginazione di quel bambino e lo ossessionava ancora adesso che era anziano
a malandato: l’Arca di Noè. Da ragazzo, era piuttosto timido, nonostante fosse
un giovane bello e aitante. Le ragazze facevano a gara per avvicinarlo ma lui
era schivo e introverso. Solo una aveva scelto tra mille: l’ossuta bambina che
aveva difeso, da piccola, dalle grinfie di alcuni bambini in vena di fare i
bulletti. Si erano incontrati di nuovo a scuola e dopo al liceo. Prima di
partire soldato le chiese di sposarlo e li accettò quasi fosse la conseguenza
più naturale di tutti quegli anni passati a dirsi poche parole.
Avevano avuto
tre figli e tanti nipoti. Ora che lei era morta, le ossessioni di quelle figure
stampate nel libro avevano trasformato la sua timidezza in misantropia. Nel
capanno in cui si rinchiudeva per ore, a creare opere di complicata inutilità,
non lasciava entrare nessuno tranne il suo cane, un vecchio spinone di nome
Peppe e l’unico nipotino che provasse un briciolo di affetto per lui: Domenico.
Somigliava terribilmente alla nonna e il ragazzino era il solo ad amare
quell’ampio baraccone di legno e lamiera nel quale il nonno Giona illustrava i
suoi progetti quasi fosse un genio incompreso. Il bambino ascoltava i sermoni
del vecchio che assomigliavano più alle prediche di un parroco di campagna.
Aveva iniziato a parlare delle grandi storie contenuto nell’unico libro che
avesse mai letto e che ora giaceva nel salotto di casa sua. Domenico si era
appassionato soprattutto alla storia di Noè e dell’Arca. -Un giorno verrà un
nuovo diluvio universale e i giusti dovranno costruire imbarcazioni per potersi
salvare dalla furia delle acque-. -Nonno ma come faceva Noè a sapere che quella
fosse la voce di Dio? - Chiedeva il nipotino. Rispondeva secco, Giona: -Lo
sapeva e basta. Noè ha creduto. Non si può dubitare di Dio-. Il nipote rimaneva
pensieroso – Nonno, questo libro lo
hanno scritto gli uomini o Dio-? Giona declamava gravemente: - Gli uomini che
hanno ascoltato la voce di Dio – Nonno, io conosco tanti uomini che raccontano
bugie-. Domenico attendeva una risposta ma Il nonno non sapeva cosa
controbattere e si nascondeva dietro una smorfia silenziosa. Il cane, seduto elegantemente osservava le
lunghe conversazioni tra nonno e nipote girando la testa a ogni suono della
voce. Una mattina d’estate il nonno arrivò più cupo del solito, non aveva
dormito. Non appena il nipote fu entrato nella baracca, il nonno lo prese e lo
fece sedere su di un tronco di legno. Nipote – stanotte Dio è venuto nei miei
sogni e mi ha parlato- mi ha detto di costruire una barca perché noi possiamo
salvarci dal diluvio che sta per mandare.
– Il nipotino lo guardò stupito, incredulo. Nonostante l’idea fosse
bizzarra, il suo spirito di bambino ebbe il sopravvento. Sorrise a Giona per
fargli capire quanto l’idea lo allettasse. Iniziarono così, da quel giorno, la
costruzione di una piccola imbarcazione, un sandolino di legno, traendo spunto
da alcuni disegni che il nonno aveva avuto in dono da un vecchio pescatore di
Maiori. Il piccolo Domenico si divertiva a vedere quanto il nonno, sudasse mentre piallava, inchiodava le ordinate , i
fasciami, quanto amore mettesse nel modellare la prua. Spesso il bimbo era
messo al barattolo della colla sotto la guida attenta del nonno. Entrambi a
studiare quelle vecchie pergamene spiegazzate. I genitori di Domenico si
chiedevano cosa ci fosse di tanto attraente in un vecchio che a loro sembrava
astioso e burbero. In quel gioco tra nonno e nipotino, febbrile, quanto magico,
l’anziano recuperava quella serenità perduta e il bimbo scopriva la ricchezza
di chi aveva esperienza. Passarono tutta l’estate nella costruzione della
barca. A settembre, con l’inizio dell’anno scolastico, il sandolino era
terminato. Venne la stagione delle mareggiate. Il nonno ed il nipote erano
impazienti di trovare una domenica di bonaccia per poter effettuare il varo. “Dobbiamo
provare la barca- diceva il vecchio- quando verrà il diluvio dobbiamo essere
sicuri che tutto sia a posto".- Il piccolo Domenico, non si faceva capace
di quella profezia. Il nonno, dopo i mesi di tregua, impegnato nella
costruzione, aveva trascurato il motivo di quell’opera. Ora il nipote rivedeva
negli occhi del nonno, ardere il fuoco della sua fissazione. Fu proprio quella
notte. Il vento si era alzato all’improvviso, mentre il bimbo era nel suo letto
intento a sfogliare un grosso volume ricco d'illustrazioni raffiguranti mostri
marini. Il padre entrò trafelato: - il nonno è scomparso!-. Il piccolo Domenico fu vestito di fretta
dalla madre e venne sommerso dalle più disparate domande, dato che era stato
lui il più assiduo frequentatore del vecchio negli ultimi mesi. La pioggia
scrosciava incessante. Domenico raccontò ai familiari riuniti della fissazione
del vecchio per il diluvio universale ed il perché di tanta alacre operosità
nel costruire la barca. Non si poteva perdere tempo: Vigili del fuoco,
Carabinieri, Protezione civile, tutti si misero sulle tracce del vecchio.
Albeggiava ormai, le nubi si erano diradate dopo l’acquazzone notturno ma il
vento era freddo e teso. Domenico, i
suoi genitori e alcuni amici erano sulla spiaggia ancora increduli: della barca
sulla spiaggia non c’era traccia, solo una linea disegnata dalla chiglia.
Nessuno capì come aveva fatto quel vecchio a trascinare il natante fino in
acqua. Tanti erano rimasti sulla battigia a scrutare i marosi all’orizzonte. Il
nipotino piangeva tenendo stretta la mano della madre. Rimasero vicino al mare
ancora un po’. Il nonno era scomparso insieme al cane. Arrivarono i Carabinieri
che avevano effettuato una perquisizione nella casa del vecchio, avevano delle
scartoffie in mano: il nonno aveva lasciato sul tavolo di casa le sue cartelle
cliniche. Sapeva di avere un tumore. Non lo aveva detto a nessuno. Il bimbo si
girò ancora verso il mare. Niente all’orizzonte, oltre la linea sconnessa dalle
onde di tempesta. Lo sguardo si abbassò sulla riva sabbiosa, dove ancora si
notava il lungo solco lasciato dal sandolino tirato in acqua. Tutti volsero la
testa verso monte sulla strada di casa. Solo il nipote cercò ancora ansioso un
segno che lo rincuorasse Gli occhi umidi si fermarono sulla scia lentamente
vanificata dalla bufera. Lungo la sabbia
decine di impronte. Non tracce di uomini ma zoccoli, zampe unghiate,
palmi di uccelli. Su tutte, la profonda orma della zampa di un elefante.sabato 15 agosto 2015
Avrei scritto un libro
Non ci ho creduto, fino a quando non ho avuto il volume, tra le mie
mani. E' strano. Ero abituato a vedere, nel mio scaffale, i libri degli
altri. Da una vita. Ho preso l'abitudine di scrivere da quasi
trent'anni. All'inizio, mi sono dedicato alle fanzine, ciclostilate, da
distribuire nei negozi. Avevo diciotto anni e la convinzione che, quello
che stavo facendo, fosse solo un gioco. Non pensavo avrebbe potuto
essere un lavoro. Nonostante quel giornale clandestino fosse molto
apprezzato in Italia ed all'estero, ho lasciato cadere la cosa, da
stupido, come solo un adolescente può essere. Ho continuato, qualche
anno dopo, con i racconti delle mie avventure in montagna, da
escursionista e scalatore, nella raccolta "Valeria e le altre". In
questi brani, tutto il fervore romantico, intriso di retorica, ha potuto
trovare il suo epilogo, liberandomi dal peso dei "grandi gesti sulla
roccia". Passata la fase da lord inglese nel Grand Tour, ho iniziato con
un foglio di satira poltica, "Il Peloso", di grande diffusione e poco
impegno economico.
Ho calcolato che, utilizzando il sistema delle fotocopie a cascata, mi bastava stampare dieci copie del foglio, per vederle moltiplicate fino a duemila circa, in qualche settimana. Qualcuno mi citò in una tesi ed ebbi momentanea fama e tanti nemici. In effetti, esagerai, nel formulare alcuni giudizi, ma ciò mi bastò per capire come, in politica, gli amici di ieri, possono diventare gli antagonisti di oggi. Nonostante questa fervida attività editoriale, non vi era nulla di ufficiale; la stampa veniva effettuata, nello studio di mio padre, con una vecchia fotocopiatrice Olivetti. Questo mi è bastato per compiangere l'ingegno del signor Adriano. In seguito ho iniziato a raccogliere i testi che fanno parte, oggi, del mio libro, quello vero, di carta, con la copertina, la casa editrice ed il mio nome. Molti di questi racconti sono stati pubblicati sul giornale locale nell'arco di quindici anni, altri sono finiti nei blog che gestisco. Non ho pagato, per stampare le copie della mia opera. Prenderò, al contrario, una piccola percentuale su ogni copia venduta, avrò una distribuzione in molti paesi del mondo ed il mio libro potrà essere acquistato su Amazon in tre lingue: italiano, spagnolo ed inglese. Per il momento, assaporo il piacere di vedere, nel mio scaffale, il mio nome. Ogni tanto sposto il volume, inserendolo ora fra Turgenev ed Arbasino, ora tra Mann e Brancati. E' un'operazione poco degna, lo so, ma la faccio a casa mia, non mi vede nessuno. Siate comprensivi.
Ho calcolato che, utilizzando il sistema delle fotocopie a cascata, mi bastava stampare dieci copie del foglio, per vederle moltiplicate fino a duemila circa, in qualche settimana. Qualcuno mi citò in una tesi ed ebbi momentanea fama e tanti nemici. In effetti, esagerai, nel formulare alcuni giudizi, ma ciò mi bastò per capire come, in politica, gli amici di ieri, possono diventare gli antagonisti di oggi. Nonostante questa fervida attività editoriale, non vi era nulla di ufficiale; la stampa veniva effettuata, nello studio di mio padre, con una vecchia fotocopiatrice Olivetti. Questo mi è bastato per compiangere l'ingegno del signor Adriano. In seguito ho iniziato a raccogliere i testi che fanno parte, oggi, del mio libro, quello vero, di carta, con la copertina, la casa editrice ed il mio nome. Molti di questi racconti sono stati pubblicati sul giornale locale nell'arco di quindici anni, altri sono finiti nei blog che gestisco. Non ho pagato, per stampare le copie della mia opera. Prenderò, al contrario, una piccola percentuale su ogni copia venduta, avrò una distribuzione in molti paesi del mondo ed il mio libro potrà essere acquistato su Amazon in tre lingue: italiano, spagnolo ed inglese. Per il momento, assaporo il piacere di vedere, nel mio scaffale, il mio nome. Ogni tanto sposto il volume, inserendolo ora fra Turgenev ed Arbasino, ora tra Mann e Brancati. E' un'operazione poco degna, lo so, ma la faccio a casa mia, non mi vede nessuno. Siate comprensivi.
sabato 13 dicembre 2014
Il mare nella buca
"Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi
immittere vasculo mare totum ?".
venerdì 15 agosto 2014
Southern Death Ride
“Volevo solo comprarmi quella
moto”.
La sottile linea di fumo che correva ondulata fino al lampadario
ingiallito, nascondeva a tratti il volto di Nicolas. Una scorza di rughe si
attaccavano ai lati degli occhi, due punti azzurri, offuscati leggermente da un
velo, il quale tuttavia, lasciava intatta un’espressione vivida, da contadino
strafottente. Avrebbe potuto avere ottant’anni e zoppicava palesemente tanto da
appoggiarsi, anche quando era seduto ad un bastone di legno intagliato. Lo
avevo notato, sere prima, di ritorno da uno dei miei tour nel Cilento, a
scarrozzare ciclisti stranieri. Ero rimasto colpito quella vecchia moto
monocilindrica, tenuta in piedi da un restauro, parcheggiata davanti al locale.
Avevo dedotto che Nicolas, fosse un motociclista poiché portava costantemente addosso un giubbotto di pelle,
liso e rattoppato. Puntò subito i miei tatuaggi sbiaditi, quasi fossero un
segno distintivo tra vecchi biker. Ero io a non essere più un centauro, la mia
vecchia Guzzi languiva, ormai danni, impolverata nel garage, ma questo sembrava
non interessargli più di tanto. Mi prese
in simpatia. Così la sera, dietro un bicchiere di vino, mi trovai ad ascoltare
la sua vita o quella parte che Nicolas voleva raccontarmi. Scoprì che era belga
e che aveva deciso di fissare la sua dimora estiva lì, a Capaccio, presso
l’agriturismo della Baronessa Bellelli. In inverno si trasferiva a Bangkok,
dove viveva grazie all’aiuto di alcuni amici per i quali sbrigava quelli che
lui definiva "affari".
Era
uscito dalla guerra ancora ragazzo, con la voglia di scappare dalla miseria e
dalle macerie. In Italia tutto era da ricostruire, ma lui non aveva voluto
rimanere ed era partito per l’America. Portò con sè una valigia malconcia ed
una ragazzina altrettanto malandata, frutto di un amore disperato e contrastato.
Arrivarono a New York e furono subito messi in fila per la quarantena ad Ellis
Island. Lì incontrarono Vito, un giovane siciliano che era partito in cerca di
fortuna e voleva entrare a lavorare presso il ristorante dello zio a Little
Italy. Non fu difficile per loro riuscire a strappare la promessa di un lavoro.
Iniziarono a prestare servizio, lui come aiuto cuoco e lei come cameriera. La
clientela del locale era costituita, per la maggior parte, da italiani che
avevano già fatto fortuna negli States. -Un giorno – mi disse Nicolas- il padrone
ordina a mia moglie di preparare un tavolo appartato, dietro un separè, perchè
dovevano arrivare ospiti importanti. Si presentano una decina di persone e tra
di loro riesco a scorgere, sbirciando dalla porta della cucina, Frank Sinatra.
Siede vicino ad un altro tizio e lo chiama Jimmy. Scopro poi che si chiama
Jimmy Hoffa ed è un pezzo grosso del sindacato. Cinque minuti dopo la loro
uscita, il locale salta in aria. Qualcuno ha piazzato una bomba per far la
pelle ad Hoffa. Noi ci salviamo per un pelo ma io rimango ferito ad una gamba.
Dissero poi, che quella bomba ce l'avevano messa gli scagnozzi dei Kennedy.
Qualche giorno dopo, il gestore mi chiama e mi offre un altro lavoro in cambio
del mio silenzio sulla faccenda, lasciandomi intendere che un rifiuto non
sarebbe stato “gradito” dagli “quelli” Si trattava di un posto come autista di
tir presso una squadra corse, diretta da un miliardario eccentrico: il compito
era trascinare da est ad ovest un vecchio truck, carico di automobili, da far
correre sui circuiti privati, per la gioia di anelluti benestanti dalla Florida
al Texas. Dormivo quando potevo, mi fermavo in quelle vecchie stazioni lungo le
route infinite verso il west. Imparai a distinguere ogni singolo cactus che costellasse
i tramonti del Colorado-. Nicolas aveva uno strano bagliore negli occhi ,
quando parlava di quei paesaggi lungo i quali aveva trascorso giorni e notti
alla guida. Avrebbero potuto essere bugie. Non mi importava che lo fossero. La
mattina seguente, e quelle dopo, nonostante mi alzassi di buon’ora, non lo
trovavo mai. Chiedevo alla cameriera dove fosse. Mi diceva sempre che era
partito presto, senza lasciare indicazione sul suo tragitto. Così radunavo i
miei clienti e passavo la giornata insieme a loro, in cerca di una cala, di una
spiaggia e di un buon ristorante che cucinasse una pezzogna decente. A cena, lo
trovavo sempre lì, seduto al suo tavolo. “Riuscì a comprare quella vecchia
Triumph” – mi disse l’ultima sera – “L’avevo estorta al cuoco portoricano del
fast food sotto casa. Aveva lasciato la moglie sola con quattro figli e si era
messo insieme ad una spogliarellista. La moglie era tornata alla carica per
reclamare il mantenimento dei figli e lui doveva vendere la moto per ricavare
soldi” – Nicolas mi guardava, stringendo i piccoli occhi, con una smorfia di
soddisfazione. “ La moto era malandata, per farla partire occorreva prenderla a
martellate sulla testata” . – Poi cambiò espressione – “ La felicità di quella
moto non durò a lungo, la mia compagna tornò in Italia, stanca di quella vita
senza prospettive e rimanemmo soli in quella topaia vicino ad Harlem, io e la
mia Triumph. – Il volto di Nicolas si era fatto scuro – “ Decisi di ritornare
anch’io in Italia, ma non potevo portare la moto con me, così feci pubblicare
un annuncio sul giornale. Ero arrivato a pochi giorni dalla partenza e nessuno
aveva risposto all’inserzione. Avrei dovuto abbandonare quel ferro in mezzo
alla strada ed andarmene ma, il giorno prima del mio volo di ritorno per
l’Italia, un tizio mi chiama perché è interessato alla moto. Mi dà l’indirizzo
e mi dice di andare da lui per fare un giro di prova. Parto ed arrivo in questo
residence fatto di villette isolate” – Si presenta questo tizio e dice di
chiamarsi Laszlo. Non sa guidare la moto e vuole che glielo insegni in un
quarto d’ora. Mi ero presentato con un giubbotto nero ed un cappello di pelle
nera ed avevo un aspetto molto “selvaggio”, molto “cool”. Mentre faccio lezione
a questo ungherese, lui di colpo si gira e mi fa: - Ragazzo, hai stile. Te lo
dico sinceramente. Sono un regista e sto girando un film su una banda di
motociclisti. Ho sotto contratto un attore giovane, ma che sono sicuro si farà
strada, si chiama Brando, Marlon Brando. Tu potresti essere uno del gruppo dei
biker.- A quei tempi Brando non era nessuno e l’idea di rimanere ancora in
America, per prendere parte ad un film con attori misconosciuti, non mi
allettava. - Ho già il biglietto in tasca per l’Italia, - gli rispondo -ho
disdetto il contratto d’affitto, non posso-. Nicolas chiuse il racconto dietro
una nuvola di fumo a coprire il suo sguardo, che si andava spegnendo quasi
fosse un giradischi alla fine dei suoi solchi. Si alzò, prese il suo bastone,
mi fece un cenno con il capo e uscì nella notte che aveva preso l'odore del
lentisco. La mattina dopo, la moto era lì, ma di lui nessuna traccia. Chiesi
alla cameriera – “ Guardi che la moto non è di Nicolas” – mi disse lei con tono
di rimprovero – “la moto è del giardiniere. Nicolas esce a piedi tutte le
mattine con il casco in mano , ma va fino alla fermata dell’autobus. Forse
prende la linea che va fino a Magliano Vetere, ma non sappiamo esattamente dove
scenda.” – rimasi senza parole. Inforcai la bicicletta e iniziai a salire oltre
Capaccio. Di Nicolas nessuna traccia. Ero arrivato fino a Monteforte. Entrando
nel paese, presso il parapetto di una curva, notai una figura alta, giaccone di
pelle, capelli grigi lunghi fino alle spalle, mani in tasca e casco tenuto
dall’avambraccio attraverso la visiera aperta. Nicolas era lì, di spalle alla
strada e fissava la vallata. Lo sguardo era impietrito, vitreo, perso in un
punto dell’orizzonte. Non notò il mio passaggio né io feci nulla per attirare
la sua attenzione. Mi fermai al bar trecento metri più giù in paese. “Mi scusi,
ma chi è quell’uomo, in piedi, vicino la curva che guarda a valle?” – Chiesi
alla vecchia barista che mi versava una birra – “ Chi l’americano? Il pazzo?” –
mi apostrofò con espressione di sorpresa la signora - “ Quello viene ad
aspettare l’amico suo” – “L’amico suo?” – insistetti io – “ Sì, l’amico suo che
è morto. Tanti anni fa , dopo lo sbarco degli alleati a Paestum, i soldati
avevano lasciato una vecchia moto inutilizzabile in mezzo alla strada. Lui e il
suo amico erano poco più che ragazzini. Riuscirono a metterla in piedi e ci
saltarono su. La discesa fino al paese non era ripida, ma la moto era pesante e
i due non riuscirono a fare la curva. Finirono di sotto. Lui si salvò, ma
rimase zoppo, l’amico morì sul colpo spezzandosi l’osso del collo. La moto è
ancora là” – Uscì senza consumare. Presi la bicicletta ed iniziai a risalire.
Arrivai presso la curva ma Nicolas non c’era più. Fu allora che decisi di
affacciarmi oltre il parapetto. Guardai giù. Più sotto, nel piccolo pezzo di
terra incolto, sotto un fico malandato, i rottami di una vecchia Triumph.mercoledì 25 dicembre 2013
Nonni
Festa. Non ho mai avuto chiaro il
concetto secondo il quale, un individuo possa essere felice, attenendosi alle
disposizioni del calendario. La celebrazione “imposta”, mi ha sempre lasciato
un fondo di malinconia, per il fatto che fossi già proiettato verso la “fine
della festa”. E’ la stessa aria che si può respirare la domenica pomeriggio,
quando iniziamo a prendere coscienza del lunedì mattina seguente. Ma
l’allegria, di questi tempi, può essere pilotata in un giorno specifico, dato
che la nostra vita segue delle scadenze come quei timer che si trovano alle
fermate degli autobus di linea a Bologna. Parlo di allegria, perché la felicità
è un concetto che non può essere definito neanche da Umberto Eco in tredici
volumi. C’è un attimo di queste feste, che mi permette di fermarmi a ricordare
le volte nelle quali sono stato veramente felice. Solo adesso riconosco come
quella fosse felicità, perché allora non mi rendevo conto. Le feste con i nonni
erano la felicità. Due odori su tutto: il brodo di pallotte e cardone di nonna
Adele, il sugo con la pasta fatta in casa di nonna Velia. In quella casa con
l’affaccio sul mare, si ammucchiavano gli zii, i cugini, ognuno con le sue
storie, ognuno con il suo carico di aspettative per quel giorno insieme. La
nonna Adele in cucina con le figlie, le nuore, la vecchia suocera in un angolo,
vestita di nero. Passava il giorno, tra i giochi, la tombola, papà che cacciava
il vecchio telegrafo dall’armadio ed inizia a dialogare con nonno Camillo,
attraverso l’alfabeto morse. Il vecchio telegrafo che nonno aveva riportato
dall’ultimo ufficio postale nel quale aveva lavorato, il telegrafo al quale era
stato attaccato, tra le dune del deserto, durante la guerra d’Africa, ; il
telegrafo al quale papà si era attaccato per giorni, lui piccolino, aiutando il
padre a tradurre ed inviare telegrammi. In quelle poche righe che si battevano
nel soggiorno, tra la nostra impossibilità di capire cosa si dicessero, si
vedevano gli sguardi di due persone le quali avrebbero dovuto amarsi, ma non
riuscivano se non in quel momento. In un’altra scena, in un altro posto, sotto
il Gran Sasso, mi levavo la sciarpa dal freddo pungente. Subito mi accoglieva
l’odore del sugo di nonna Velia, ai fornelli sin dalla mattina presto. Nonno
era sempre in cantina, a tagliare prosciutti, ad affettare salami. Tutto
sembrava possibile. Quella piccola casa avrebbe potuto resistere a qualsiasi
terremoto, perché c’eravamo noi dentro. Guardavo i miei nonni, mia zia, mio
fratello piccolo girare per casa con i regali appena scartati, in uno scatto
senza tempo, una fotografia che non avrebbe potuto ingiallirsi mai. Guardavo
quella fotografia io, grande, sposato, quando i miei nonni, al termine del loro
viaggio, stringevano amorevoli, le mie piccole figlie. Accompagnavo mia nonna, lei
ormai quasi cieca, in quella casa che mi aveva visto bambino, nella quale era
lei a tenermi per mano. Ora le stringevo la mano, perché non inciampasse. Il
ricordo di quella mano stretta nella mia, è il mio regalo di Natale.
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