sabato 13 dicembre 2014

Il mare nella buca



"Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum ?".

Non riesco. Su questa spiaggia che percorro da oltre quarant’anni, ho visto i giorni nascere e morire, sempre cercando, oltre l’orizzonte, l’arrivo dell’estate e le prime foschie d’autunno. Ogni mattina, adesso, al sorgere del sole, mi trovo ad imprimere nella memoria, albe uguali e tuttavia diverse. Immaginavo, un tempo, che avrei potuto incontrare, le anime dei mie defunti, al limite della battigia, dove l’onda si ferma e subito si ritira. Lì immaginavo l’ombra di mio padre, dei mie nonni, degli amici che ho perso. Non c’è nulla, solo sabbia ed acqua. Molti si affannano alla ricerca di una ragione, di una regola, di una reazione chimica, per spiegare il colore del sole tra le nubi, quando le prime luci tagliano orizzontali l’acqua del mare. Qualcuno ha studiato il volo dei gabbiani, in gruppo sulle curve lievi della bonaccia. I gabbiani sembrano ascoltare in silenzio il nuovo giorno. Gli scienziati hanno già misurato questo vento freddo ed umido, che arriva dal fosso, frenato dal caldo delle acque marine, sbattendo contro la mia nuca a svegliarmi.
Tutti hanno il metro per ridurre, ciò che vedo e quello che non riesco a vedere, in una tabella di numeri e formule, quasi fosse un piacere malvagio, smontare la meraviglia del mattino ai miei occhi. A volte mi chiedo se un Dio beffardo non si stia prendendo gioco di noi, appannandoci la mente, col manto della scienza, della ragione, al fine di impedire la vista del suo volto ai mortali. Qualcuno ha trovato il suo Dio e lo ha ridotto a sua immagine, perché immaginare un Dio senza immagine, non è semplice. Un Dio tascabile, da usare come l’aspirina. Io ho visto Dio. L’ho visto dentro gli occhi del mio cane. Lo vedo nella sua anima sofferente, quasi fosse un custode di segreti al quale avessero tagliato la lingua. Lo vedo quando fissa, insieme a me, la prima luce del sole, che arrossa le acque del mare. Vedo Dio, quando cerca il mio sguardo, perché lui vuole parlarmi di sé e tuttavia non potrà mai farlo. Vado, domani mi aspetta una nuova alba

venerdì 15 agosto 2014

Southern Death Ride



Volevo solo comprarmi quella moto”. 
La sottile linea di fumo che correva ondulata fino al lampadario ingiallito, nascondeva a tratti il volto di Nicolas. Una scorza di rughe si attaccavano ai lati degli occhi, due punti azzurri, offuscati leggermente da un velo, il quale tuttavia, lasciava intatta un’espressione vivida, da contadino strafottente. Avrebbe potuto avere ottant’anni e zoppicava palesemente tanto da appoggiarsi, anche quando era seduto ad un bastone di legno intagliato. Lo avevo notato, sere prima, di ritorno da uno dei miei tour nel Cilento, a scarrozzare ciclisti stranieri. Ero rimasto colpito quella vecchia moto monocilindrica, tenuta in piedi da un restauro, parcheggiata davanti al locale. Avevo dedotto che Nicolas, fosse un motociclista poiché portava  costantemente addosso un giubbotto di pelle, liso e rattoppato. Puntò subito i miei tatuaggi sbiaditi, quasi fossero un segno distintivo tra vecchi biker. Ero io a non essere più un centauro, la mia vecchia Guzzi languiva, ormai danni, impolverata nel garage, ma questo sembrava non interessargli più di tanto.  Mi prese in simpatia. Così la sera, dietro un bicchiere di vino, mi trovai ad ascoltare la sua vita o quella parte che Nicolas voleva raccontarmi. Scoprì che era belga e che aveva deciso di fissare la sua dimora estiva lì, a Capaccio, presso l’agriturismo della Baronessa Bellelli. In inverno si trasferiva a Bangkok, dove viveva grazie all’aiuto di alcuni amici per i quali sbrigava quelli che lui definiva "affari". 
 Era uscito dalla guerra ancora ragazzo, con la voglia di scappare dalla miseria e dalle macerie. In Italia tutto era da ricostruire, ma lui non aveva voluto rimanere ed era partito per l’America. Portò con sè una valigia malconcia ed una ragazzina altrettanto malandata, frutto di un amore disperato e contrastato. Arrivarono a New York e furono subito messi in fila per la quarantena ad Ellis Island. Lì incontrarono Vito, un giovane siciliano che era partito in cerca di fortuna e voleva entrare a lavorare presso il ristorante dello zio a Little Italy. Non fu difficile per loro riuscire a strappare la promessa di un lavoro. Iniziarono a prestare servizio, lui come aiuto cuoco e lei come cameriera. La clientela del locale era costituita, per la maggior parte, da italiani che avevano già fatto fortuna negli States.  -Un giorno – mi disse Nicolas- il padrone ordina a mia moglie di preparare un tavolo appartato, dietro un separè, perchè dovevano arrivare ospiti importanti. Si presentano una decina di persone e tra di loro riesco a scorgere, sbirciando dalla porta della cucina, Frank Sinatra. Siede vicino ad un altro tizio e lo chiama Jimmy. Scopro poi che si chiama Jimmy Hoffa ed è un pezzo grosso del sindacato. Cinque minuti dopo la loro uscita, il locale salta in aria. Qualcuno ha piazzato una bomba per far la pelle ad Hoffa. Noi ci salviamo per un pelo ma io rimango ferito ad una gamba. Dissero poi, che quella bomba ce l'avevano messa gli scagnozzi dei Kennedy. Qualche giorno dopo, il gestore mi chiama e mi offre un altro lavoro in cambio del mio silenzio sulla faccenda, lasciandomi intendere che un rifiuto non sarebbe stato “gradito” dagli “quelli” Si trattava di un posto come autista di tir presso una squadra corse, diretta da un miliardario eccentrico: il compito era trascinare da est ad ovest un vecchio truck, carico di automobili, da far correre sui circuiti privati, per la gioia di anelluti benestanti dalla Florida al Texas. Dormivo quando potevo, mi fermavo in quelle vecchie stazioni lungo le route infinite verso il west. Imparai a distinguere ogni singolo cactus che costellasse i tramonti del Colorado-. Nicolas aveva uno strano bagliore negli occhi , quando parlava di quei paesaggi lungo i quali aveva trascorso giorni e notti alla guida. Avrebbero potuto essere bugie. Non mi importava che lo fossero. La mattina seguente, e quelle dopo,  nonostante mi alzassi di buon’ora, non lo trovavo mai. Chiedevo alla cameriera dove fosse. Mi diceva sempre che era partito presto, senza lasciare indicazione sul suo tragitto. Così radunavo i miei clienti e passavo la giornata insieme a loro, in cerca di una cala, di una spiaggia e di un buon ristorante che cucinasse una pezzogna decente. A cena, lo trovavo sempre lì, seduto al suo tavolo. “Riuscì a comprare quella vecchia Triumph” – mi disse l’ultima sera – “L’avevo estorta al cuoco portoricano del fast food sotto casa. Aveva lasciato la moglie sola con quattro figli e si era messo insieme ad una spogliarellista. La moglie era tornata alla carica per reclamare il mantenimento dei figli e lui doveva vendere la moto per ricavare soldi” – Nicolas mi guardava, stringendo i piccoli occhi, con una smorfia di soddisfazione. “ La moto era malandata, per farla partire occorreva prenderla a martellate sulla testata” . – Poi cambiò espressione – “ La felicità di quella moto non durò a lungo, la mia compagna tornò in Italia, stanca di quella vita senza prospettive e rimanemmo soli in quella topaia vicino ad Harlem, io e la mia Triumph. – Il volto di Nicolas si era fatto scuro – “ Decisi di ritornare anch’io in Italia, ma non potevo portare la moto con me, così feci pubblicare un annuncio sul giornale. Ero arrivato a pochi giorni dalla partenza e nessuno aveva risposto all’inserzione. Avrei dovuto abbandonare quel ferro in mezzo alla strada ed andarmene ma, il giorno prima del mio volo di ritorno per l’Italia, un tizio mi chiama perché è interessato alla moto. Mi dà l’indirizzo e mi dice di andare da lui per fare un giro di prova. Parto ed arrivo in questo residence fatto di villette isolate” – Si presenta questo tizio e dice di chiamarsi Laszlo. Non sa guidare la moto e vuole che glielo insegni in un quarto d’ora. Mi ero presentato con un giubbotto nero ed un cappello di pelle nera ed avevo un aspetto molto “selvaggio”, molto “cool”. Mentre faccio lezione a questo ungherese, lui di colpo si gira e mi fa: - Ragazzo, hai stile. Te lo dico sinceramente. Sono un regista e sto girando un film su una banda di motociclisti. Ho sotto contratto un attore giovane, ma che sono sicuro si farà strada, si chiama Brando, Marlon Brando. Tu potresti essere uno del gruppo dei biker.- A quei tempi Brando non era nessuno e l’idea di rimanere ancora in America, per prendere parte ad un film con attori misconosciuti, non mi allettava. - Ho già il biglietto in tasca per l’Italia, - gli rispondo -ho disdetto il contratto d’affitto, non posso-. Nicolas chiuse il racconto dietro una nuvola di fumo a coprire il suo sguardo, che si andava spegnendo quasi fosse un giradischi alla fine dei suoi solchi. Si alzò, prese il suo bastone, mi fece un cenno con il capo e uscì nella notte che aveva preso l'odore del lentisco. La mattina dopo, la moto era lì, ma di lui nessuna traccia. Chiesi alla cameriera – “ Guardi che la moto non è di Nicolas” – mi disse lei con tono di rimprovero – “la moto è del giardiniere. Nicolas esce a piedi tutte le mattine con il casco in mano , ma va fino alla fermata dell’autobus. Forse prende la linea che va fino a Magliano Vetere, ma non sappiamo esattamente dove scenda.” – rimasi senza parole. Inforcai la bicicletta e iniziai a salire oltre Capaccio. Di Nicolas nessuna traccia. Ero arrivato fino a Monteforte. Entrando nel paese, presso il parapetto di una curva, notai una figura alta, giaccone di pelle, capelli grigi lunghi fino alle spalle, mani in tasca e casco tenuto dall’avambraccio attraverso la visiera aperta. Nicolas era lì, di spalle alla strada e fissava la vallata. Lo sguardo era impietrito, vitreo, perso in un punto dell’orizzonte. Non notò il mio passaggio né io feci nulla per attirare la sua attenzione. Mi fermai al bar trecento metri più giù in paese. “Mi scusi, ma chi è quell’uomo, in piedi, vicino la curva che guarda a valle?” – Chiesi alla vecchia barista che mi versava una birra – “ Chi l’americano? Il pazzo?” – mi apostrofò con espressione di sorpresa la signora - “ Quello viene ad aspettare l’amico suo” – “L’amico suo?” – insistetti io – “ Sì, l’amico suo che è morto. Tanti anni fa , dopo lo sbarco degli alleati a Paestum, i soldati avevano lasciato una vecchia moto inutilizzabile in mezzo alla strada. Lui e il suo amico erano poco più che ragazzini. Riuscirono a metterla in piedi e ci saltarono su. La discesa fino al paese non era ripida, ma la moto era pesante e i due non riuscirono a fare la curva. Finirono di sotto. Lui si salvò, ma rimase zoppo, l’amico morì sul colpo spezzandosi l’osso del collo. La moto è ancora là” – Uscì senza consumare. Presi la bicicletta ed iniziai a risalire. Arrivai presso la curva ma Nicolas non c’era più. Fu allora che decisi di affacciarmi oltre il parapetto. Guardai giù. Più sotto, nel piccolo pezzo di terra incolto, sotto un fico malandato, i rottami di una vecchia Triumph.

mercoledì 25 dicembre 2013

Nonni



Festa. Non ho mai avuto chiaro il concetto secondo il quale, un individuo possa essere felice, attenendosi alle disposizioni del calendario. La celebrazione “imposta”, mi ha sempre lasciato un fondo di malinconia, per il fatto che fossi già proiettato verso la “fine della festa”. E’ la stessa aria che si può respirare la domenica pomeriggio, quando iniziamo a prendere coscienza del lunedì mattina seguente. Ma l’allegria, di questi tempi, può essere pilotata in un giorno specifico, dato che la nostra vita segue delle scadenze come quei timer che si trovano alle fermate degli autobus di linea a Bologna. Parlo di allegria, perché la felicità è un concetto che non può essere definito neanche da Umberto Eco in tredici volumi. C’è un attimo di queste feste, che mi permette di fermarmi a ricordare le volte nelle quali sono stato veramente felice. Solo adesso riconosco come quella fosse felicità, perché allora non mi rendevo conto. Le feste con i nonni erano la felicità. Due odori su tutto: il brodo di pallotte e cardone di nonna Adele, il sugo con la pasta fatta in casa di nonna Velia. In quella casa con l’affaccio sul mare, si ammucchiavano gli zii, i cugini, ognuno con le sue storie, ognuno con il suo carico di aspettative per quel giorno insieme. La nonna Adele in cucina con le figlie, le nuore, la vecchia suocera in un angolo, vestita di nero. Passava il giorno, tra i giochi, la tombola, papà che cacciava il vecchio telegrafo dall’armadio ed inizia a dialogare con nonno Camillo, attraverso l’alfabeto morse. Il vecchio telegrafo che nonno aveva riportato dall’ultimo ufficio postale nel quale aveva lavorato, il telegrafo al quale era stato attaccato, tra le dune del deserto, durante la guerra d’Africa, ; il telegrafo al quale papà si era attaccato per giorni, lui piccolino, aiutando il padre a tradurre ed inviare telegrammi. In quelle poche righe che si battevano nel soggiorno, tra la nostra impossibilità di capire cosa si dicessero, si vedevano gli sguardi di due persone le quali avrebbero dovuto amarsi, ma non riuscivano se non in quel momento. In un’altra scena, in un altro posto, sotto il Gran Sasso, mi levavo la sciarpa dal freddo pungente. Subito mi accoglieva l’odore del sugo di nonna Velia, ai fornelli sin dalla mattina presto. Nonno era sempre in cantina, a tagliare prosciutti, ad affettare salami. Tutto sembrava possibile. Quella piccola casa avrebbe potuto resistere a qualsiasi terremoto, perché c’eravamo noi dentro. Guardavo i miei nonni, mia zia, mio fratello piccolo girare per casa con i regali appena scartati, in uno scatto senza tempo, una fotografia che non avrebbe potuto ingiallirsi mai. Guardavo quella fotografia io, grande, sposato, quando i miei nonni, al termine del loro viaggio, stringevano amorevoli, le mie piccole figlie. Accompagnavo mia nonna, lei ormai quasi cieca, in quella casa che mi aveva visto bambino, nella quale era lei a tenermi per mano. Ora le stringevo la mano, perché non inciampasse. Il ricordo di quella mano stretta nella mia, è il mio regalo di Natale.

martedì 27 agosto 2013

Vincere un premio letterario

Ho vinto.
Non ci credevo, non l'aspettavo, non lo speravo. Chiuso in questa corteccia di amianto, appiccicata al mio cuore da anni, non facevo affidamento alcuno, sulla possibilità di vincere un premio internazionale di scrittura. La notizia è arrivata come l'agente delle riscossioni, alla porta, mentre stai pranzando. Quando è stato pronunciato il mio nome, da una giuria di scrittori e professori sconosciuti, in mezzo ad una platea di perfetti sconosciuto, ho praticato il gesto meccancio dell'alzarmi, mentre mia moglie scoppiava in lacrime. Il mio cuore era assente. Nulla. Forse conosco il perchè di tutto questo. Quando sei giovane e sperimenti le tue ali per la prima volta, tenti il volo più alto. L'atterraggio è scomposto. Molto spesso il finale è doloroso e traumatico. Tante volte ho provato le mie ali, tante volte un cacciatore, nel bosco, ha mirato al mio volo. Ora non volo più. Le mie emozioni sono chiuse nel barattolo sullo scaffale della cantina. Non è giusto, ma non posso oppormi a questo dato di fatto.

http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2013/08/12/news/la-vera-storia-di-john-fante-a-torricella-1.7569789

giovedì 22 agosto 2013

La discesa



E’ arrivata la discesa. Ripida, improvvisa, senza curve, senza spianate all’orizzonte. Il foglio è bianco, ma è la solita mano a scrivere. A riscrivere. Ancora una volta. Il demone che accompagna la mia stirpe, alita il suo fiato greve sul mio collo. Devo correre, devo correre. Nulla può essere relativo. Tutto può accadere ma, rimanere seduti, in attesa che passi un treno sulla linea ormai smantellata, è inutile. Muoversi, muoversi, senza affannarsi in efficienze, prive di efficacia. Quello che è stato non è importante, non deve esserlo. Manipolare il cadavere del rimpianto è stupido e dannoso. Ho i freni buoni per la discesa, ma la devo affrontare. Da qualche parte ci sarà pure una salita.

mercoledì 13 febbraio 2013

L'aquilone

Era da un pò che la sentiva. Qualche volta si girava, di scatto, per vedere chi fosse. Il vuoto. Quella sensazione non lo abbandonava, si materializzava invece, in una mano stretta sulla spalla. All'inizio Nicola pensava fosse la mano amichevole di qualcuno, come un vecchio compagno che volesse sentire il suo contatto, dare il suo conforto. Invece no. Questa mano stretta sulla spalla era un freno. Dapprima, la sentiva leggermente appoggiata poi, col passare degli anni, si era fatta più pesante, più energica. La sua stretta ora si stava trasmettendo a tutto il corpo. La mattina Nicola, si alzava tentando di vincere quella forza che lo respingeva verso il basso, quasi a volerlo far rimanere seduto sul letto. Questa gravità aggiuntiva gli faceva scricchiolare le ossa, infiammare i tendini, piegare la schiena, aumentava impercettibilmente ogni giorno. Aumentava, cme il peso sui polmoni, di quelle centinaia di sigarette. Non pensava di poter arrivare a capirne la ragione. Quel mese fu tutto chiaro. Così, Nicola si sveglio quel mercoledì e mentre guidava la sua vecchia R4 sulla strada che costeggiava la marina, con la solida fredda mattina rossastra, capì: quella mano ere la verità. Inutile essere sfuggito per tutti questi anni, inutile aver pensato e fatto altro, inutile aver riempito la vita di cose, persone, lavoro. La verità era lì, un pò sopita, da questa fiumana di metabolismo portata all'eccesso. Alla fine cedette, perchè il respiro non si può trattenere così a lungo. Così la realtà si è presentata con il suo conto, dettagliato, analitico, fatto di voci chiare, senza sconti, molto salato. La verità è che per anni Nicola aveva vissuto nella provvisorietà, rimandando tutto al domani. Dai progetti di vita, alle cose materiali che spesso servono a tenere in piedi i progetti di vita, agli impegni con la società, agli impegni con gli amici, fino agli impegni con la famiglia. Se lui avesse tenuto questa condotta solo per se stesso, avrebbe creato danni esclusivamente alla sua persona, ma aveva fatto di peggio. Aveva costruito una famiglia sulla provvisorietà, sul "vedremo domani", sul "tra qualche giorno". Questo non era onesto.  Credeva, Nicola che il mio essere burbero potesse bastare a nascondere i suoii difetti, le sue incapacità. Probabilmente aveva tarpato le ali alla sua compagna, la quale si era affidata totalmente nelle sue mani, nella speranza di poter scappare dal suo padre padrone. All'inizio le sue parole erano piene di idee, intenzioni e progetti, anche piccoli, ma progetti. Ora non aveva il coraggio di formulare nessuna idea perchè sapeva di mentire a se stesso e a chi gli stava di fronte.Negli occhi dei suoi cari iniziava a notare i primi segni di cedimento, una timida rassegnazione per una vita che non avevano chiesto di vivere in questo modo insieme a  lui. Li vedeva, Nicola, stufi di dover sempre vivere al limite, di racimolare spiccioli anche solo per programmare una gita, di dover rimandare i sogni in un'altra stagione. Così questa mano che stringeva sempre di più la sua spalla, iniziava a fargli mancare il respiro, quando si svegliava la notte a fissare i fianchi della moglie che dormiva per non pensare troppo, quando avrebbe voluto dire qualcosa di carino, ma riusciva solo ad essere cinico, quando mi sarebbe piaciuto fare qualcosa, ma riusciva solo a dire che ormai era tardi e bisognava tornare a casa. Il telefono squillava in continuazione in ufficio, a casa e qualcuno si alzava a rispondere, a dire che non c'era, che sarebbe stato avvisato una volta tornato, una scusa per dire quello che non si era in grado di dire, che tutto era a posto, che tutto era regolare. La verità non era il suicidio, ma una lenta autodistruzione, a vincere, con un atto definitivo tutta quella provvisorietà, la verità era almeno chiedersi se tutto questo aveva avuto un senso in questi anni, solo per sentirsi vivo e dire "lo so fare". L'unica cosa che avrebbe potuto donare Nicola, era l'unica cosa che gli rimaneva: un pò d'amore verso chi aveva avuto fiducia in lui, tanti anni fa, come quel bambino al quale teneva l'aquilone, aquilone che gli scappò di mano, finendo nel bosco vicino alla spiaggia. Ancora lo cerco quell'aquilone.

sabato 2 febbraio 2013

Il parente









Tutto sommato gli volevo bene. Mi piaceva, il parente. Fin da piccolo provavo una naturale attrazione per quell’uomo che faceva lo stesso mestiere di mio padre ma, a differenza di mio padre, era disposto al gioco, alla scoperta, alla stupidata. Lui, uomo di campagna, mi aprì le porte ai segreti dei boschi, degli orti, alla caccia nelle piantagioni di tabacco, alle piccole storie di quella piana sulla quale, ancora, pascolava qualche mucca ed a primavera, si potevano raccogliere asparagi selvatici. All’imbrunire, ci si arrampicava sul gelso secolare al centro dell’aia, sul quale costruivamo gabbie per i merli catturati tra le macchie di querce e ginestre. C’era sempre un trattore da cavalcare, un arnese da intagliare nel legno. Fu lui, a differenza di mio padre, a capire che mia madre era incinta di mio fratello, fu lui a stare con me, sulle rive del lago, a scoprire la quiete delle acque e la pesca delle carpe. Così mi rimase nel cuore ed in lui riposi la fiducia come testimone, durante i rituali religiosi che accompagnavano i rovelli spirituali nella tarda fanciullezza. Mi facevo intanto grande, il lavoro con mio padre mi prese. Con il parente ci vedevamo spesso, durante le feste comandate, nei fine settimana. Lui con quell’aria di padre complementare, sempre pronto al discorso, allo scherzo. Poi arrivarono i problemi. Nel suo burbero silenzio, mio padre si chiudeva, tranne che nei conviviali in cui, preda dell’alcol, si lasciava in confidenze coi parenti. Il parente sopportava, stando al gioco, praticando la nobile arte della gaiezza moderata, lasciando al mio genitore la gestione dei deliqui. In quei tempi, stando spesso a contatto con mio padre, ne condividevo le gioie, le preoccupazioni. Cresceva in me il desiderio di non lavorare  con lui, una volta laureato, a causa delle sue ire e delle sue rigidità. Cresceva anche in me l’affetto per un uomo inadeguato ai tempi, convinto che ciò che spettasse lui di diritto non doveva essere concessione. Un uomo pignolo nei conti, tanto da dover mettere in difficoltà la propria famiglia. Mio padre non mi fece mai partecipe della pericolosa china economica nella quale stava dirigendo l’intera famiglia, compromettendo anche le fortune dei suoi cari. Il parente ogni tanto si affacciava in ufficio. Mi chiedeva dei miei studi, parlavamo del lavoro, mi rendeva partecipe e quasi collega. Poi, un giorno, la fine. La rovina economica giunse. Trascinò con sé tutto: famiglia, beni e possedimenti dei cari, l’ufficio, la mia laurea, il futuro. Mi ritrovai con una tuta da pittore a decidere del mio fato. Non mi arresi. Mio padre, no. Si trascinava, masticando anatemi contro il cielo, bruciato dal fumo, a maledire tramonti e mattine senza scopo. Lui, senza denari, ad elemosinare spiccioli da una moglie che lo aveva accontentato per non sentirselo tra i piedi. Lui, ancora innamorato, schiacciato dall’indifferenza di mio fratello al quale aveva rivolto solo distratte carezze e che ora lo ripagava con tanta amarezza per aver subito creditori in casa. Rimanevo io, col quale vi erano litigi accesi e lunghi discorsi. A mio padre volevo bene, nonostante tutto. Il parente intanto, mutava i suoi atteggiamenti. Dapprima dispiaciuto, si faceva ora preoccupato, poiché i beni indivisi erano alla mercè delle banche. Emerse l’animo contadino del possesso. Nell’animo dei miei consanguinei si avvitò il sospetto di una complicità truffaldina tra padre e figlio, la quale nascondeva, secondo alcuni, fortunate accumulate in segreto per fallir fintamente senza denari. Mi accorgevo che il parente mi parlava sì, con lo stesso tono cordiale, ma questa malcelava una totale diffidenza verso le mie risposte. Si giunse al sospetto che il mio lavoro, ora umile, fosse un paravento per calmare le acque e campare in seguito, col frutto del maltolto. Sentivo alitare su di me il vento del sospetto. Avevo timore di comprare anche un paio di scarpe, affinchè non mi venisse chiesto con quali soldi. Mio padre morì. Consumato da un tumore che lui stesso aveva progettato, si spense senza affetto. Arrivai tardi in ospedale. Avrei voluto dirgli che non era solo, che non tutto il suo amore era stato sprecato. Gli mancò, in ultimo, anche la mia parola. Fu cremato, senza Dio e senza uomini. Alla fine arrivarono le carte, i bolli, i tentativi di salvataggio ed il parente divenne l’interlocutore. Avevo ancora nella mente e nel cuore la sua figura di amico, con il quale potevo aprirmi e sul quale avrei potuto contare per salvare il salvabile. Una sera, nel suo ufficio, discutevamo delle modalità di salvataggio dei beni di famiglia ed io gli parlavo di quello che facevo e del lavoro che mi ero costruito per poter far vivere dignitosamente la famiglia che nel frattempo mi ero costruito. Nei suoi occhi notai una luce diversa. Mi invitò presso una bettola sottostante il palazzo, sede del suo nuovo ufficio, palazzo che aveva da poco acquistato. Da principio non capii. Era questo un angusto locale nel quale, vi erano disposti quattro tavolacci con squallide incerate a quadri bianchi e rossi.  Alle pareti, sporche, qualche stampa ed un frigorifero di bibite in lattina. C’era un vecchio bancone che dava verso una cucina sul retro. Seduti ai tavoli, una vecchia ubriaca con il fazzoletto in testa, un barbone e due anziani che giocavano a carte. Il parente sembrava trovarsi a suo agio in questo ambiente, cercando di propugnarmi questo squallore per tipicità ed esaltandomi le qualità del mangiare e del bere. L’oste, un uomo panciuto con l’occhio iniettato dal vino cattivo, ci portò salumi formaggi ed una caraffa di rosso. Il parente divenne gioviale in modo eccessivo. Mi porse da bere ed ogni tanto mi riempiva il bicchiere incitandomi alla libagione. All’inizio fui partecipe di cotanto conviviale anche perché fui coinvolto ulteriormente nella discussione circa gli aspetti del salvataggio dei beni di famiglia. Iniziai a percepire un’aria diversa, col passare del tempo e dei bicchieri. Il parente aveva un altro progetto per me: farmi bere fino a che sciogliessi la lingua e rivelassi segreti su me e mio padre, confermando i sospetti che da tempo erano nelle corde dei miei consanguinei. Il parente, memore delle debolezze di mio padre, loquace durante i banchetti familiari, pensava lo stesso di me: un essere debole, capace di leggerezze con un bicchiere di vino in più. Non avevo nulla da nascondere, ma lui sì. Per tutti questi anni era stato un Giano mentore, un uomo apparentemente paterno. Questa consapevolezza mi chiuse la gola e mi forzò ad un gelido sorriso per il resto della serata. Uscii da quella bettola, usando la stessa falsa cortesia del parente nel saluto cordiale. Chiuso in macchina, piansi. Ero veramente solo, adesso.