giovedì 10 settembre 2009

Sogno sogni della morte


Sogno i sogni della morte.
Inizio a contare i giorni e gli anni che mi separano dalla probabile fine dell’esistenza. Non è un calcolo racchiuso nel catabolismo della mia esistenza. Immagino quelli più vecchi di me, parenti amici dei miei parenti, conoscenti, gente del mio paese che conosco di vista. Provo a ricordarli quando avevano l’età che ho io adesso. Riesco a collegare i giorni nei quali li ho visti e nei quali ho visto, i loro cambiamenti. Stacco la spina del mio specchio nel bagno, la spina che mi fotografa il volto ogni mattina e calcolo i cambiamenti tramite salti temporali. Studio la ruga ai lati della bocca. Essa viene scavata dalle ore, giorno per giorno, ma io non ci faccio caso, apposta. Poi, all’improvviso, dopo mesi, la osservo con attenzione per notare l’accentuarsi del suo solco. Riesco a creare false malattie, morbi virtuali che possano intaccare improvvisamente il mio corpo fino a condurmi al decesso. Confronto il mio viso con quello di mio padre, di mia madre, alla mia età. Li vedo, io piccolo, adulti, anziani. Adesso vedo le figure immobili dei mie parenti, morti, nelle casse, rosario stretto nelle mani. Sono allungato nella bara e vedo sporgersi le mie due figlie a fissare il mio cadavere ed immaginare quello che sto immaginando adesso. Questo sogno, sempre più ossessionante, si alimenta da solo come un feedback, come un uragano sul Golfo del Messico, come una vite senza più giri. Non voglio vivere una esistenza senza il pensiero della morte. Mentre la mano destra si torce per dare gas alla mia moto, emerge ,improvvisa, la sensazione dell’incidente, il vuoto d’aria nell’attimo del disastro, l’occhio spalancato dell’orrida sorpresa, La scarica di adrenalina prima dello schianto. Ho già provato questa sensazione. E’ ebbrezza pura, è silenzio profondo, è inutile affannarsi, è il limite tra essere e non essere più, è confine prima del dolore finale.

martedì 28 luglio 2009

9 anni


Ho passato nove anni scrivendo per un giornale. Non erano articoli di cronaca, ma editoriali nei quali auspicavo, a modo mio, una maniera di vedere la mia città e quello che mi circondava. Sono invecchiato con questi editoriali, sempre sperando la stessa cosa, perché “questa cosa” non stava accadendo. Nonostante la facilità del mio scrivere, ogni riga, mi costava un salto nel vuoto delle incomprensioni, delle antipatie. Ho smesso perché non avevo più nulla da dire e perché la mia parola sembrava dileguarsi in una valle senza eco. Le simpatie e le empatie per ciò che scrivevo sono cadute nell’oblìo, le antipatie sono rimaste, perché “l’odio alimenta la vita e fa l’uomo forte”. Rimangono scampoli di malocchiate. Questo non mi tocca. Mi tocca nel profondo, perché è l’esperimento che faccio da una vita, la rapida deperibilità del consenso a favore di un nebuloso ricordo di gesta eroiche. Una volta, per difficoltà economiche note a molti, riguardanti la mia famiglia, fui costretto ad eliminare dalla mia abitazione degli “oggetti di valore”. Per me gli oggetti valore sono “ i libri”. Mettendoli nello scatolone, piangevo, pensavo alla gravità di quella perdita , anche se momentanea, al fatto che i miei scaffali sarebbero rimasti vuoti per un determinato periodo. La credevo una luttuosa circostanza, mi sentivo nudo, percepivo un senso di vuoto, simile alla vertigine che porta nausea. Questo fu nel ‘97. Qualche giorno fa andai nella cantina dove allora avevo celato le miei gioie. Sono ancora lì da allora. Le avevo scordate. Stavo vivendo la vita. Il tempo ripara tutti i dolori, cancella l’inseparabilità dagli oggetti. Possiamo vedere con una luce nuova le cose e le persone che un tempo furono la nostra aria. Nulla è vitale, soprattutto gli oggetti. Il sapere di sé, la sua perdita, questo è irreparabile. Questa sensibilità, in questo contesto del nulla, è una malattia pericolosa per sé e per gli altri. Tentai la strada della missione, della conversione, con i mie articoli. Pensavo ad un luogo migliore nel quale tutti avrebbero potuto vivere grazie all’arte ed alla cultura. Fu un pensiero fuorviante e pernicioso. Non è rimasto nulla, in effetti. Forse scrivevo per convincere me stesso. Non ci sono riuscito.

“ Se studiamo i volti dei grandi persecutori della nostra epoca, ci colpisce un’aria disgustata, comune a tutti loro. Questo atteggiamento di schifo verso gli altri rende impressionante, per esempio, la somiglianza tra Himmler e Berija. L’impotente che spia gli atti sessuali degli altri, diventerà potente nell’uccidere; è una norma, dire quasi una legge. Analogo l’atteggiamento di Marat e Robespierre.; tutti i virtuosi accusatori dalle mani pulite appartengono a questa risma. I tipi umani delicati e sensibili sono i più pericolosi. Perciò, nella maggioranza dei casi la situazione è più preoccupante quando letterati e professori s’impadroniscono del potere, che non quando sono i soldati a esercitarlo.”

ERNST JUNGER

lunedì 22 giugno 2009

Un uomo


Un uomo si aggrappa alle chiappe di piccole puttanelle, con la speranza di trattenere la vita che lo abbandona. Vede i suoi capelli diradarsi, arretrare sulla fronte. Allora, li colora, li incolla, li friziona. Un uomo si cura, grazie al suo denaro, si tomografizza, si doplerizza, si risuona magneticamente, estrae flaconi dei suoi fluidi, li fa analizzare, li scansiona. Egli è sicuro di trovare nelle cifre, nei range di tolleranza, la formula segreta del rimanere vivo, di contare respiri infiniti, di cagare il più possibile, di mangiare e scopare. Sulle pieghe della sua pelle cadente si accaniscono i chirurghi, le tirano, le tagliano, rinzaffano, rinforzano.; botulini, siliconi, glicogeni, colture epiteliali. Un uomo sopporta i tagli trasversali ai suoi fianchi, dai quali, vengono estratti cumuli di sego, di cellulite, di grassi saturi, insaturi, i quali suppurano nelle sacche, si depositano di siero e sangue, si agglutinano. Un uomo si fa smontare i denti, li ripianti, li devitalizza, li revitalizza, li ceramizza affinchè un sorriso come il territorial pissing, delimiti le zone di competenza per gli altri. Accorrono al suo capezzale, i look maker. Ma dietro le orecchie si notano le linee di tensione, come una maschera che nasconde il volto di un anziano. Allora un uomo, ormai vecchio, si concede di dragare gli umori vitali di morbide pulzelle, tentando erezioni , facendosi manipolare succhiare, leccare, da chi potrebbe essergli nipote, come a sfregiare quello che lui non può più avere: l’essere giovane. Vorrebbe nascondersi a chi lo cerca da tempo, vorrebbe non pensare a chi non può essere comprato dai suoi soldi. Come un novello Sisifo, combatte la sua visione, tentando l’inganno. Così facendo, rende l’incontro ancora più terribile. La maschera della paura, deformerà il suo viso attaccato dai fili del chirurgo, bloccherà le sue viscere, renderà meno fluido il suo sangue. Vedo un uomo, composto sul letto della morte, trovare nel momento il baratro di quello che è stato e che non sarà più, per sempre. Sarà più buia, allora, la sua notte eterna.

mercoledì 10 giugno 2009

Il vecchio


Il vecchio mi guarda mentre sudo. Non emette una parola. Oltre le lenti a culo di bottiglia si espande uno sguardo ebete e diffidente, pronto a cogliere la conferma della prima impressione che ha ricevuto, accogliendomi in casa sua: un drogato tatuato con gli orecchini, probabilmente di estrema sinistra ed ateo. Il vecchio mi sopporta perché non ha trovato altri muratori, ma si stizzisce del fatto che, al contrario di altri del mio mestiere, non stia tutto il giorno a bere birra e ruttare, con il mozzicone della sigaretta in bocca. Non gli do soddisfazione con la mia bottiglia di minerale. Lo sento, dietro al collo, ansimare con il suo alito carico di aglio e cipolle in soffritti di burro e maiale, mentre controlla, le mani giunte dietro la schiena, che faccia qualche errore per poter imprecare contro la mia natura di individuo perennemente imbraccato dalla calce. Non riesce a parlare, perché un ictus lo ha colpito ed ora emette uno strano verso, simile ad una vecchia gallina che tenti di recuperare un uovo ruzzolato dal suo culo, giù per il pollaio. Non capisco vuole dirmi qualcosa, ma muove le mani, lucide di pelle rosea e tirata da vecchio commerciante. Mi sta dietro, mi sta alle calcagna. Punta il filo tra le stadie, per trovare un corpo del delitto, onde potermi vomitare in faccia, un gemito di imprecazione, per i soldi che, gli chiesi in acconto. Trasporto mattoni da giorni. Lo trovo sulle scale mentre ansimo sotto il peso, pronto ad intralciare il mio passo, quasi fosse un ostacolo, da superare per aumentare il mio punteggio sul cartellone. Tossisce cantando un verso indecifrabile, ossessivo. Si avvicina mentre impasto. Garrulo mi indica il forato fuori bolla , appena poggiato sulla malta. Erode le mie tranquillità mentre manovro secchi di sabbia. E’ dietro da giorni al mio lavoro, come un segugio sulla volpe. Sento la sua presenza di vecchio, dietro le terga, con il suo odore, la mattina, di pizza secca ed unta, perché egli fa colazione con il pane del giorno prima, per risparmiare. Non si lava le mani ed utilizza i miei attrezzi, come un untore. L’odore del pane stantio e lubrificato da pessimo olio, mi si attacca ai vestiti, impregna il mio furgone, mi perseguita fino a casa. Mi salvo creando una barriera di motivi cantati a denti stretti, onde evitare un inizio di conversazione da Babele. Gioco di anticipo, tenendolo occupato, facendolo sentire utile. Lo metto a pulire le macerie e so bene che lui mi chiederà uno sconto per questo. Poi esce al balcone. Per un momento sento il vuoto, poi di nuovo la presenza. Così, mentre è chino sui calcinacci a fare ordine, mi avvicino a lui con un forato in mano, alzo la martellina per rompere il laterizio e lascio cadere la testa del martello con tutta la mia forza, sul cranio del vecchio. Il rumore sordo della noce di cocco appena frantumata anticipa di poco, lo schizzo di sangue che inonda i miei pantaloni, la parte bassa della mia camicia ed il mio collo. Il vecchio emette un lungo urlo modulato da un gorgoglio che gli esce dalla gola, subito interrotto da uno spernacchio da spurgo, durante il quale sputa saliva e sangue. E’ ancora chino sul sacchetto e riesce a voltarsi lentamente. Dagli occhiali appannati, lo sguardo della morte punta sulla testa del mio martello che cala con forza di nuovo, in un punto preciso tra naso, zigomo e fronte. Gli entro nel cervello. Cade all’indietro come un sacco vuoto. Impasto la sabbia con il suo sangue e continuo a lavorare. Ora aspetto che vengano a prendermi.

venerdì 29 maggio 2009

La bestia migliore


La mia carne ha uno strano odore. Quando la benda si strappa e viene buttata, intrisa di sangue vecchio e suppurazioni, lo sento l’odore. Ricordo le parti del maiale, appena salate, sul tavolo di campagna, quando si uccideva la bestia migliore, sotto Natale. Quando il mio cranio, dette diretto, sulla soglia dei davanzali, durante la caduta, l’odore del sangue caldo, come il leggero afrore del rosso d’uovo nel piatto. Ora ascolto i nuovi cigolii delle membra ricomposte nelle sedi. Era entrato un dottore, giovane, forse finocchio, a dirmi che le ossa, da quel giorno in poi, le avrei sentite presenti, muoversi, con rumore rotondo, sfregarsi tra cartilagini allentate, immerse nel siero fino a gonfiare la pelle, in sacche da svuotare con l’ago, quello grosso. L’aria del reparto è satura di minestra e mele bianche inacidite. Ho la nausea perché respingo l’odore di me stesso. Le bestie lo sentono il puzzo della paura, lo sentono il puzzo dell’uomo malato. Come una bestia avverto l’odore di un involucro umano sbattuto dai piani alti, ad atterrare sui ferri spigolosi di un montante. Il calore, mi sveglia la notte. Sale dallo stomaco, dallo scroto, dal buco del culo, intirizzito da una contrazione inane. Ora guardo il mio vicino. Un obeso, flaccido giovanotto con una gamba inutilizzabile. Andava, il tipo, per un vecchio deposito di robivecchi, in cerca di pezzi d’autore, quando una lastra di vetro, da una vecchia porta impilata, gli recise il tendine d’Achille, di netto, facendolo stramazzare a terra come un manzo abbattuto. Difficile operazione - andava rimuginando il primario, con il codazzo di apprendisti. Mi guardava con l’occhio della commiserazione, cercando di pareggiare la sua disgrazia alla mia. Mentre parlava, amplificando il suo fato, non rispondevo, ma scoreggiavo silenzioso, non avendo altro da fare, tra un tirante ed un gesso, impastato di sudore. Se ne andò, con la carrozzella delle dodici. Solo di nuovo, con il diavolo che mi alitava sul volto la notte. Dio beffardo, mandami un uomo a pezzi, che faccia sentire quello che è stato per me, poca cosa…

martedì 19 maggio 2009

Asilo incubo


Un cenno del capo. Sotto l'androne alternato di ombre e fioche luci dalle porte a vetro, si espande l'odore di cartelle e mani sporche di astucci e sudore. Una processione, sabba inverso,di suore silenziose taglia in due il corridoio, al suono di scarpe vecchie di cuoio. Sono uscito dalla stanza, dove gli aliti dei piccoli corpi, si mischiano alle corde delle brandine in ordinato cerchio. L'occhio terribile, come del falco che abbia avvistato dall'alto del suo volo la preda, mi punta dal nero velo. E' l'occhio di gesso della madonna a lutto, che orribile fissa il cristo morente nellea tenebra della morte. Un urlo, voce metallica di un kapò, lungo il filo spinato del lager, mi ordina di rientrare. E' l'ora di dormire. Nessuno dei miei piccoli compagni può sottrarsi alla pratica obbligata del sonno. Ma io non riesco. Voglio giocare. Vorrei correre nello stanzone vetrato dove langue un girello scrostato di rosso. Cigola sotto la spinta di noi bambini, quando lieti ci guardiamo nel mondo che gira. Non ricordo i volti, ma ricordo la gioia semplice di un bambino sfuggito agli aguzzini, che gode pochi istanti di un gioco innocente. La suora è un Satana androgino, dalla mano fredda che mi spinge nella stanza del sonno. Non voglio, non voglio. Ora vengo costretto a sedere in lacrime, nel mio banco. Non ricordo. Ho pianto per ore. Una lunga candela di muco mi scende da una narice, le mie mutande sono piene di merda. A sera, quando ho perso oramai la voce e la forza, una mano caritatevole e familiare di sottrae all'agonia della regola. Sono di nuovo nei bagni, prima di pranzo. Bisogna lavarsi. La norma impone le mani, oltre il polso. Ma il bagno si trova , fatta una piccola salita piastrellata, nella sala dei giochi. Non si può giocare prima di aprire i nostri cestini. La suora bagna la salita con il sapone, affinchè i nostri piedi scivolino nel tentativo di raggiungere le giostre. Siamo lì, in fila, che tentiamo di tenerci al muro per affrontare il pendio. Ma il fondo sembra d'olio, i piedi non reggono, torniamo indietro inchiodati, come in quei sogni dove vuoi scappare ma la tua corsa è inane. Altro ambiente. E' L'ora di fare i propri bisogni. Le suore, come negli allevamenti dei cani di razza, tentano di regolarizzare le nostre viscere imponendoci la seduta sui vasini. Vogliamo scappare dal patibolo anale. Ma le torturatrici coi crocifissi al collo, ci ficcano il lembo del grembiule sotto il vasino affinchè ci sia impedita la fuga. Troie, troie! Urlò mio nonno, quando si accorse che tenevano la figlia maggiore, incatenata in soffitto con il tifo, in mezzo ai topi, nonostante avesse pagato rette salate. L'odio per la rinuncia alla procreazione nei grembi, l'impedimento alla funzione di madri, spinge queste donne, serrate nelle vesti della castità, a vendicarsi su piccoli inermi, costringedoli ad una disciplina insensata, fatta di punizioni protratte e continuate, torture psicologiche a piegare gli animi lieti, cristi punitori, vendicativi anche sulle anime semplici di nuovi alla vita. Crescono figli amari, chini ai terrori dell'altare, timorati delle tonache, proni alle leggi senza una causa. Un Dio non dio le ha fatte maschi, senza i sessi. Nel mio sogno, apro i cancelli dei conventi. Libero queste donne alla vita, perchè possano amare , con il corpo, con la mente, affinchè un nuovo Dio, benevolo questi, sorrida alle loro esistenze, le liberi dalle stupide rinunce della mortificazione, inflitte da maschi misogini. Siano troie allegramente, senza le colpe della carne. Continuo ad essere stitico, per principio, comunque.

domenica 10 maggio 2009

Reek of putrefaction

Non ho mangiato carne per tre mesi.
Saturo di cadaveri bovini ho rigettato l’idea del sangue per un lungo periodo a causa della mia stessa materia. Nel gonfiore della sazietà ho immaginato l’azione del vomitare eternamente brani di fese, sottospalla, ali, petti, ventresca. Nel chiarore del mattino autunnale, stretto nel dovere di un padrone chiamato cliente, accetto senza attenzione un lavoro in un piccolo cimitero della zona. Non ho particolare ritrosia nell’affrontare i silenzi delle tombe, anzi l’ovattata atmosfera dell’ambiente dona al lavoro un ritmo meno serrato ed una attenzione altrimenti meno costante in altri consessi. Sono nella cappella di famiglia di un mio amico e lavoro alla sua sistemazione. La cancellata principale si apre ed entra un camioncino dei necrofori. Si tratta delle solite operazioni che loro definiscono di routine, come la riesumazione di resti umani sepolti da anni per la conservazione nell’ossario, in modo da liberare posti per i morti che saranno. I morti nonostante abbiano in sé la fine della nozione di tempo, possono essere riportati per epoche e stili di inumazione. Ma questo è un cimitero particolare. Nei volti, nelle età che leggo avidamente sulle lapidi, è raccontata una storia di estrema miseria e di emigrazione. Una zona estremamente povera che ha visto il partire per altre nazioni come possibilità di salvezza. Chi è rimasto è stato stretto nella morsa della malattia, della povertà. Così negli sguardi di questi uomini, queste donne, miei coetanei, ma così vecchi da sembrare miei trisavoli, ritrovo le carestie di queste paese, dove oggi vengono a morire solo i pensionati. Le foto in bianco e nero, sono scattate, come in un macabro rituale, sul letto di morte. Una fila di bambini, stretti nelle loro fasce, gli occhi serrati nel freddo del nulla, vecchie con il fazzoletto nero, le mascelle strette, gli spigoli duri delle fronti. Forse è il mio Abruzzo, quello che non ho mai voluto vedere. C’è una sorta di strana assonanza con la Basilicata dei Sassi di Matera, quella della civiltà del destino ineludibile, della vita come peso, dell’inanità sugli eventi. Una voce mi risveglia dai miei pensieri. Il necroforo ha bisogno di me. Mi chiede se ho un demolitore perché la lapide della cappella non viene giù. Mi adopero per aiutarli, visto che ho gelosia di riavere i miei attrezzi. Si lavora con delle mascherine e già la cassetta per le ossa che verranno trovate è aperta sul prato vicino. La lapide cede, dalle polverose macerie emerge una vecchia cassa, di quelle intarsiate, ancora laccata di lucido. La scendiamo in tre. La cassa è pesante, e stranamente, non si è sfondata. Mi racconta il becchino preoccupato che di solito una cassa si sfonda a causa della corrosione da parte del liquido di putrefazione. Il fatto che la cassa sia intera, vuol dire che il processo non si è compiuto. Ci mettiamo i guanti. Un giovane necroforo, secco ed allampanato, inizia a rompere il legno della bara. Ai nostri occhi appare come un bozzolo, l’involucro rigonfio di zinco. Sembra una bomba in procinto di scoppiare. Ci guardiamo con sempre maggiore preoccupazione. Con una martellina molto affilata, si inizia ad aprire la lamiera come fosse una scatoletta di tonno. Veniamo investiti dal puzzo della morte. Un puzzo di morte antica che si propaga immediatamente in tutta l’area circostante. Sotto il sole del pallido autunno, riusciamo a malapena in una confusa identificazione dell’ammasso che ci troviamo davanti: la cassa, stranamente , non contiene un morto ma due. Nel liquame putrido, di ossa, vestiti impregnati di una fanghiglia marrone, un tempo carne viva, due corpi,una moglie ed una marito, morti a poca di stanza di tempo, condividono la stessa tomba, divisi da uno strato di zinco ormai consunto. Sotto la moglie, si vede una melma verdastra nella quale galleggiano le ossa del congiunto. Lo spettacolo riesce ad impressionare anche il più vecchio tra i becchini. Non si può tornare indietro. Così, muniti di guanti, tuta e maschere si procede ad estrarre queste ossa ancora inzuppate, per comporle nelle cassette dell’ossario. Più tardi, i tecnici della disinfestazione provvederanno a bonificare l’area. E’ difficile avere il ricordo degli odori, se questi non vengono richiamati alla memoria da un odore simile. Nonostante la tuta e due bagni consecutivi, mi sento nelle narici un olezzo indelebile che impregna qualsiasi cosa mi arrivi alla vista. Mi guardo allo specchio e vedo me stesso, annegato, in quella mota putrida. Vedo il mio corpo, lo vedocambiato rispetto a quello che avevo da giovane, lo prevedo vecchio, cadente, lo vedo morto. Tutto quello che sono, quello che sento, tra qualche anno sarà solo un fastidioso affare per un becchino svogliato.