mercoledì 25 dicembre 2013

Nonni



Festa. Non ho mai avuto chiaro il concetto secondo il quale, un individuo possa essere felice, attenendosi alle disposizioni del calendario. La celebrazione “imposta”, mi ha sempre lasciato un fondo di malinconia, per il fatto che fossi già proiettato verso la “fine della festa”. E’ la stessa aria che si può respirare la domenica pomeriggio, quando iniziamo a prendere coscienza del lunedì mattina seguente. Ma l’allegria, di questi tempi, può essere pilotata in un giorno specifico, dato che la nostra vita segue delle scadenze come quei timer che si trovano alle fermate degli autobus di linea a Bologna. Parlo di allegria, perché la felicità è un concetto che non può essere definito neanche da Umberto Eco in tredici volumi. C’è un attimo di queste feste, che mi permette di fermarmi a ricordare le volte nelle quali sono stato veramente felice. Solo adesso riconosco come quella fosse felicità, perché allora non mi rendevo conto. Le feste con i nonni erano la felicità. Due odori su tutto: il brodo di pallotte e cardone di nonna Adele, il sugo con la pasta fatta in casa di nonna Velia. In quella casa con l’affaccio sul mare, si ammucchiavano gli zii, i cugini, ognuno con le sue storie, ognuno con il suo carico di aspettative per quel giorno insieme. La nonna Adele in cucina con le figlie, le nuore, la vecchia suocera in un angolo, vestita di nero. Passava il giorno, tra i giochi, la tombola, papà che cacciava il vecchio telegrafo dall’armadio ed inizia a dialogare con nonno Camillo, attraverso l’alfabeto morse. Il vecchio telegrafo che nonno aveva riportato dall’ultimo ufficio postale nel quale aveva lavorato, il telegrafo al quale era stato attaccato, tra le dune del deserto, durante la guerra d’Africa, ; il telegrafo al quale papà si era attaccato per giorni, lui piccolino, aiutando il padre a tradurre ed inviare telegrammi. In quelle poche righe che si battevano nel soggiorno, tra la nostra impossibilità di capire cosa si dicessero, si vedevano gli sguardi di due persone le quali avrebbero dovuto amarsi, ma non riuscivano se non in quel momento. In un’altra scena, in un altro posto, sotto il Gran Sasso, mi levavo la sciarpa dal freddo pungente. Subito mi accoglieva l’odore del sugo di nonna Velia, ai fornelli sin dalla mattina presto. Nonno era sempre in cantina, a tagliare prosciutti, ad affettare salami. Tutto sembrava possibile. Quella piccola casa avrebbe potuto resistere a qualsiasi terremoto, perché c’eravamo noi dentro. Guardavo i miei nonni, mia zia, mio fratello piccolo girare per casa con i regali appena scartati, in uno scatto senza tempo, una fotografia che non avrebbe potuto ingiallirsi mai. Guardavo quella fotografia io, grande, sposato, quando i miei nonni, al termine del loro viaggio, stringevano amorevoli, le mie piccole figlie. Accompagnavo mia nonna, lei ormai quasi cieca, in quella casa che mi aveva visto bambino, nella quale era lei a tenermi per mano. Ora le stringevo la mano, perché non inciampasse. Il ricordo di quella mano stretta nella mia, è il mio regalo di Natale.